domenica, 28 Novembre, 2021

Richard Drake e la mistica rivoluzionaria in Italia

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Richard Drake ha sintetizzato efficacemente l’assedio tra il ferro e il fuoco  in cui è vissuto, e vi vive, il nostro Stato, il rapporto di esso  con la società civile.

L’ha chiamata mistica rivoluzionaria usando lo stesso termine identitario per l’estrema destra (il fascismo) e l’estrema sinistra(le Brigate rosse e dintorni).

In queste settimane si è tornati a rinverdire un’antica querelle: tra fascismo e anti-fascismo, tra la necessità di condannare il primo, insieme al comunismo con la consacrazione (con accolta unanimemente) di entrambi come mali assoluti.

Questo non è un verdetto storiografico, è un lessico inventato per imaurire la gente  e fare cassa, bigoncio elettorale. Basta, per togliergli ogni valore euristico, la domanda: se il fascismo fu il male assoluto, quali termini, aggettivi usare per il nazismo che condannò a esequie clande stine milioni di ebrei? E il comunismo per il pari,mi sembra, numero di morti per avere ma nomesso il ritmo delle stagioni in Ucraina?

Il punto  da  cui dobbiamo partire sono i pericoli di cui fu ostaggio il regime tendenzialmente li beral-democratico creato in Italia dopo il Risorgimento, nel 1871..

Essi delineano non degli avversari, ma dei ne mici mortali. Come dire che la democrazia ital iana è stata sempre sotto l’occhio del ciclone, cioè a rischio di deroga.

E’ vero che alla fine non succede niente. Il fuoco si spegne. Lascia scintille sotto la cenere, e vince la mediazione, un infinito compromesso.

Dunque l’estremismo di destra e di sinistra vie ne neutralizzato.Ma questo non esclude che pos sa rinascere. Di qui la necessità di chiedersi per chè  in Italia la politica, al fondo di tutto,  sconfi ni con la violenza, e l’eversione sia sempre una tentazione irreversibile, sotto l’uscio di casa.

Quel che la stessa storiografia non ammette, se non in forme minoritarie, è che  la guerra civile è la condizione permanente, che emerge di volta in volta,  della nostra identità nazionale.Per una sorta di imbarazzo o paura collettiva amiamo circoscriverla agli anni del primo dopoguerra ai due bienni) il primo rosso e il secondo nero, 1919-1920 e 1920- 1921 oppure  al 1943-1945 e ad una manciata di anni su cessivi).

In realtà invece di segmentare questo processo storico dovremmo abituarci a considerarlo unita riamente, cioè a pensare la guerra civile come il modo di essere dell’Italia unita, anche se viene in superficie  in tempi diversi.Dunque la minac  cia, il pericolo, l’evento dell’eversione come  un processo.Dunque,non un’eccezione, ma il filo lungo di continuità storica.

Il regime parlamentare è stato l’anello debole della costruzione istituzionale dopo l’Unità. Non lo amarono la destra e l’estrema sinistra. Ma non basta. A non difenderlo furono anche i riformisti, la cd destra socialista.

Mi limito a citare un comportamento, una dichiarazione altamente significativa. A chi  dai banchi del parlamento gli chiedeva di schierarsi a sua difesa contro le minacce fasciste di abbatterlo, si replicò: ”Quando si minaccia il  parlamento e si inneggia alla dittatura,noi vi diciamo, o signori, de re vestra agitur. Il regime liberale parlamentare è vostro, non nostro”. [1] .[13].

Sono le parole di Claudio Treves, il parlamentare milanese più legato a Filippo Turati.

Eppure  grazie al parlamento, e ai governi non ostili (come quello di Giovanni Giolitti) i socialisti poterono ricevere senza sosta i finanziamenti per poter appaltare  i lavori pubblici alle loro molte cooperative.Su di essi,  come rilevò Mario Missi roli,  vivevano le loro famiglie.Grazie al parla mento, l’opposizione socialista in Italia puo organiz zarsi, costruire camere del lavoro, cooperative, circoli di lettura, sezioni di partito, sindacati, disporre di un quotidiano nazionale come l’Avanti! e di una vasta rete di stampa locale.

Ciò malgrado resta l’ipoteca sul parlamento come la chisave di volta del potere della borghesia e l’mbizione di farne quantopossibie a meno, se b non demolirlo, sull’onda  di quella che anche i socualisti rifoirmisti, cioè democratici, anticipando i comunisti, amavano chiamare dittatura del proletariato.

Infatti nel congressi di Bologna del 1919 Turati si si premurò di tessere l’elogio (sperticato)  di Lenin e della rivoluzione russa, e di indicarla ai congressisti come un modello da imitare,una via da seguire. E una manciata di anni più tardi  il fior fiore dei dirigenti delle cooperative riformiste ribadirà il proprio consenso al Komintern.”Fare come in Russia” diventa un paradigma.

Ho citato questi giudizi e atteggiamenti dei socialisti non rivoluzionari, riformisti.Ma per capire come nacque si radicò l’infatuazione,la mistica, rivoluzionaria nel nostro paese, rico struita puntualmente da Richard Drake,è neces sario rileggere la storia postunitaria del nostro paese di Napoleone  Colajanni (Nel Regno della mafia, 1900),

All’unità d’Italia ha fatto seguito l’esecrazione e la lunga lotta armata(scambiata e liquidata come banditismo) contro chi, soprattutto nel Sud,la rifiutava o la contrastava.Anche la legittima zione del fatto compiuto attraverso forme di referendum(manovrati) negli antichi Stati non è stata   eccelsa. L’industrializzazione di una parte del paese  è stata pagata erodendo i poveri reddi ti contadini, cioè affamandoli ulteriormente. A fine secolo  si ebbe il cd colpo di stato della borghesia intestato a Sonnino e alla corona.

A ridosso della guerra del 1915-118 la scena fu occupata da un fenomeno di estremismo ed eversione sociale come la “settimana rossa”.

La partecipazione alla prima guerra mondiale assunse le fattezze di un altro colpo di mano  contro il parlamento e  lo stesso Giolitti  ad essa ostili.

Seguirono i due bienni prima citati, in cui proletariato industriale e rurale ,soprattutto nel Settentrione, occuparono fabbriche e campi. Quella del fascismo fu una violenza a carico delle istituzioni dello Stato e del movimento socia lista che faceva seguito alle forti tensioni di classe animate per un verso dagli agrari e per un altro verso dalla resistenza dei socialisti nelle campagne.

Il 1943-1945, e gli anni successivi fino all’inizio degli anni Cinquanta  furono segnati dalla guer ra civile,dalle vere e proprie rivalse ( e rese dei conti),venti anni dopo,dei comunisti sulle vio lenze della destra fascista.Nei decenni successivi il centro dell’attenzione  è sull’esplosione del terrorismo “rosso” guidato da  Brigate rosse ed altri movimento di estrema sinistra, e sul terro rismo “nero”  che culminerà nello scioglimento di due  raggruppamenti eversivi come Ordine nuovo e  Avanguarda nazionale, in numerosi at tentati  a stazioni ferroviarie e piazze ad opera dei gruppi eversivi di estrema destra.

Costante e tenace è l’illegalismo di uno “Stato” dalla vitalità lunga come quello della criminalità mafiosa e camorristica,che semina ecatombe di morti  sia in Sicilia sia nelle principali citta italiane.

In questa fotografia a grandi linee va ricercata la radice di questa precarietà della nostra  convivenza.

Una, di valore strutturale, è sempre più sotto gli occhi di tutti. Oggi, anno 2021, abbiamo oltre 5 milioni di cittadini  in condizioni di povertà asso luta.

Dopo il  1871 questa cifra è stata a lungo  doppia e tripla.Per non parlare delle diseguaglianze di reddito tra le persone e le regioni, a cui si somma  la concentrazione della ricchezza in po chissime mani che la Banca d’Italia ama docu mentare regolarmen te.

Un’altra radice è la mancata formazione in Italia di partiti organizzati su base di interessi e su scala territorialmente estesa, cioè nazionale.Con l’eccezione del partito socialista, le altre forze politiche (liberali)sono state, e continuano ad esserlo,  rappresentate da cacicchi locali.

Non c’è  mai stata una rappresentanza politica della borghesia  come classe economica e socia le, ma solo di segmenti dissociati  dei suoi in teressi(la meccanica, l’edilizia,il tessile ecc.).Non si è mai formato un partito liberale di massa che li congiungesse e se ne facesse garante e ban ditore sul piano della gestione politica  e istitu zionale. E’ uno stato di cose in cui si deve leggere un elemento ancora più profondo, cioè la limitatezza, se non l’angustia, dello sviluppo delle forze produttive, cioè del capitalismo italiano.

Dopo la prima guerra mondiale (il PPI) e dopo(la seconda guerra mondiale (la DC), fu il Vaticano attraverso  la religione cattolica e la sua estesissima rete organizzativa a supplire a questo deficit di un’assunzione politica  concen trata degli interessi di classe.

I due partiti citati rappresentarono,insieme alle esigenze della Chiesa  da negoziare con lo Stato liberale, bisogni e valori congiunti di carattere economico e soprattutto sociale, cioè sia della borghesia sia  del popolo. Voglio dire che PPI e Dc non furono organizzazioni politiche di classe, espressione cioè delle domande dei ceti bor ghesi vecchi e nuovi.

Il fascismo nacque  quando si ebbe  il trasferi mento della violenza armata dalle trincee (a imporla furono gli alti comandi militari con  la mobilitazione generale degli anni di guerra), alla società civile.Fu il modo, a suo tempo anticipato dai socialisti, di trattare con lo Stato e supplire alla sua inefficacia (e non di rado collusione)  nell’ incorporare in un ordine statuale conflitti e tensioni che provenivano dalla società. Penso, per esempio, al riparto dell’imponibile di mano dopera, ai salari e al costo della vita, alle inno vazioni tecnologiche negli strumenti di lavo ro nell’agricoltura  che nella Valle padana aumen tano la disoccupazione e incidono sulle rimune razioni ecc.

I corpi militari, della polizie, dei carabinieri e dell’esercito stesso in alcuni casi, non riuscirono a sedare una domanda  di cambiamento che prese sempre più la forma di una valenza ever siva.

Dal 1922 in avanti la violenza si fece Stato.

Dobbiamo,però, renderci conto che il fenomeno non fu un’eccezione un aspetto esclusivo dell’Italia post prima guerra mondiale. A ragio ne, da parte di E.Nolte, si è introdotta la cate goria di guerra civile europea, cioè della interpretazione del fascismo come resistenza e opposizione al bolscevismo conquerant.

Purtroppo l’attenzione, l’interesse comparato per quanto succedeva fuori dell’Italia  non si puo dite che sia diffuso (in realtà non è stato presente) nelle ricerche dei nostri ricercatori e studiosi.Farei l’eccezione di Steven  Forti, Fabio Fabbri, Enzo Traverso, Guido Crainz e Marco Bresciani (con articoli su “Annali della Fondazione Luigi Einaudi” e “Passato e Presente”).

 Se ad ogni più  sospinto in Italia si ripete la litania del fascismo-che-torna ciò è dovuto a due ragioni. La prima e più significativa è di origine politica:dopo l’esclusione del Pci, nel 1947,ad opera di A. De Gasperi, dai governi del secondo dopoguerra, nei loro confronti come nelle forma zioni politiche moderate(fino a Forza Italia di S. Berlusconi) sono  scattate campagne di demoniz zazione suonando l’allarme sulla reviviscenza del  fascismo. In realtà questo pericolo non  è mai esistito davvero. Si è trattato di un’inven zione dei comunisti dal momento che il loro gruppo dirigente si rese conto che potevano essere recuperati solo in coalizioni  governative ampie, di salute pubblica, cioè ispirate all’antifascismo.

La seconda ragione è di natura storiografica, cioè di provincialismo culturale.Mi riferisco alla scarsa eco che finora hanno avuto,per fare un esempio, gli studi Robert Gerwarth e John Horne sulla violenza politica che hanno interessato altri paesi europei e non.

Per l’estremismo di destra e sinistra, Richard Drake  ha coniato  il lessico onnicomprensivo di una vera e propria mistica rivoluzionaria. Essa riassume, e si autoalimenta, l’incapacità di  rifor mare lo Stato dall’interno e i due fattori che ho prima indicato: la mancanza di partiti  conservatori (o liberali) di massa e  la ristrettezza del capitalismo.

Erano i termini di una situazione che fu al centro della riflessione, e dell’agitazione, politica di Antinio Gramsci negli anni Venti.

La si può riproporre, in uno schema interpre tativo, come quella odierna?

Direi che dli diversi aspetti, o delle radici, che ho prima indicato, a proseguire, a riproporsi, è lo stato di povertà assoluta di milioni di cittadini,  il lavoro parziale e l’ampia area del lavoro nero, l’insicurezza. Essi si cumulano a due elementi storici del funzionamento dello Stato: la pessima (indegna di uno Stato di diritto) amministrazione della giustizia e la sanità.

 

Salvatore Sechi

 

Bibliografia

Richard Drake, The Revolutionary Mystique and Ter rorism in Contemporary Italy, Indiana University Press 2021.

F. Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo. 1918-1921, Utet, Torino 2008.

Robert Gerwarth, The Vanquished.Why The First World War Failed To End, London, Allen Lane,  2016.

Robert Gerwarth e John Horne, Guerra in pace. Violenza paramilitare dopo la grande guerra, Bruno Mondadori, Milano 2013.

Bloxham D., & Gerwarth R. (Eds.) ( Political Violence in Europe’s Long Twentieth Century. Cambridge University Press 2011.s.

E. Traverso, A ferro e fuoco. Una guerra civile europea 1914-1945, il Mulino, Bologna 2007.

 Id. L’Histoire comme champ de bataille:interpre ter les violences de XXe siècle, Paris, La Decouver te  2011.

Leonardo Rapone, Cinque anni che sembrano un secolo  Carocci., Roma

[1] [12] [13] C.Treves , Discorsi parlamentari, Camera dei deputati, Roma 1922, p. 459.

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