lunedì, 10 Maggio, 2021

Ricordare Gigi

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Ricordare Gigi significa scoprirlo. Perché il nostro amico era di una riservatezza estrema. Dava e riceveva affetto ma senza mostrarlo; e tra le righe di una scherzosa ruvidità. Poneva sempre nuovi compiti a sé stesso e agli altri senza mai prospettare futuri successi e men che meno vantandosi di quelli raggiunti. Non raccontava mai se stesso se non in relazioni ad eventi oggettivamente comici di cui era stato testimone diretto. E, soprattutto, lui che era la rappresentazione fisica della fatica e della sofferenza teneva tutto questo dentro di sé in una scelta di vita che era diventata abitudine consolidata. Le vicende della sua vita politica lo avevano segnato. E nel profondo. Fino a renderlo pessimista e soprattutto dolorosamente consapevole, esattamente come Craxi, del falso che inquinava sempre più le parole e i propositi della politica e dell’ideologia. Ciò lo aveva sicuramente reso scettico e disincantato; ma non al punto di adeguarsi al nuovo clima. Ad impedirglielo una molla nascosta; ma tanto intensa da non potersi definire altrimenti che come fedeltà ad una missione. Da giovane, quella incarnata da Labor e dal cattolicesimo sociale di Donat Cattin (due grandi figure oggi dimenticate ma non certo da lui). Poi la militanza nella sinistra di Lombardi ma anche di Cicchitto e Signorile; fino a vederla evaporare come neve al sole nel passaggio decisivo. Poi ancora la stagione di Craxi (di Craxi, non craxiana) vista e vissuta nella sua dimensione più profonda: revisionismo rispetto ai dogmi, principio di realtà contro le sue false rappresentazioni.
Poi la tragedia di Mani pulite. Una specie di genocidio politico che colpì non solo il loro leader ma tutta una generazione di dirigenti socialisti nella pienezza dei loro anni e della loro carriera politica. Non tutti ressero alla prova. A partire da un elettorato fuggito durante la battaglia verso destra nella sua stragrande maggioranza. Per finire con la divisione tra quanti cercavano vendetta (anche a costo di rinunciare alla loro identità) e quanti cercavano protezione (a costo di perdere qualsiasi visibilità) che portò tutti o quasi alla pressoché la totale irrilevanza.
Gigi Covatta (con lui Gennaro Acquaviva) cercò, invece, di preservare quello che era doveroso preservare: la persona di Craxi e la sua azione politica e culturale. E le ragioni del crollo finale, rivissute dall’esterno ma anche dai suoi diretti protagonisti. Un monumento di pietas storica; ma anche un punto d’appoggio per ricordare Craxi così come era oltre l’odio dei suoi nemici ma anche le ciniche manipolazioni di chi lo presenta oggi come una specie di precursore di Renzi, dimenticandosi che era un socialista. Ed è qui che si celava un elemento ancora più importante del suo lavoro sulla memoria: che lo legava profondamento alle radici storiche del socialismo di Turati e del cattolicesimo sociale, così importanti in un momento di faticosa crescita della nostra storia nazionale. Dove il lavoro di promozione dei lavoratori e dei diseredati, di tutela delle loro esigenze fondamentale e di educazione e promozione delle masse, era stato al centro di una stagione politica carica di umanità. Lo ricordavano, ai tanti visitatori che, in questi anni, si recavano a parlare con Gigi nella sua celletta monastica nella nuova sede del sopravvissuto Partito Socialista, le due foto attaccate alla sue spalle, insieme a quella di Lombardi e di Craxi. Quella di Labor, appunto, e quella di un gran socialista ormai quasi dimenticato anche lui, Ferdinando Santi, che ha incarnato, per noi giovani negli anni ’50, l’umanità e l’impegno per un futuro migliore della storia migliore del socialismo.
Ma nella scelta di Gigi non c’era soltanto la missione di ricordare. Ma anche quella di scommettere sul futuro. Una sorte di ottimismo della volontà, tanto più degno di rispetto per una persona che guardava con crescente sofferenza alla realtà che lo circondava; un altro esempio di politica come missione.
Questo è stata l’esperienza quindicennale di Mondo operaio. Basata sulla convinzione, smentita giorno dopo giorno dai fatti, che la seconda repubblica fosse una sorta di scherzo di natura e come tale destinata a scomparire così da ritornare alla normalità, della storia. Anche qui, una sorta di rivincita; salvo ad essere affidata non alla debolezza dei politici ma alla forza della ragione. Talché nella sua imbronciata mitezza, e nella persistente ironia che temperava la forza di un’implacabile memoria, egli venne progressivamente assumendo nel nostro mondo, che pur s’era disperso nel tempo, ma non è mai scomparso, la funzione sacerdotale del custode della memoria, Non solo e non tanto di ciò che era avvenuto e di ciò che eravamo stati, ma di ciò che avrebbe potuto e dovuto avvenire e di ciò che avremmo dovuto essere. Così, il compito della sua rivista divenne quello di preservare il passato; e di cercare affannosamente nel presente i segni di un futuro diverso e migliore. Il fatto è che questi segni non si sono materializzati. E che nello sfaldamento generale dello stato e della società il campo di visione e di azione, così come la rispettiva qualità si sono progressivamente ridotti e offuscati.
Di questo Gigi si rendeva certamente conto. Ma il nostro amico era sempre lì sul pezzo anche se sempre più stanco e sofferente a progettare rilanci, vie d’uscita, in una specie di rituale costantemente ripetuto. Non era certamente una manifestazione di cecità; semmai di eroismo a servizio di una causa sempre più lontana da qualsiasi possibilità di successo.
Ma, attenzione, viviamo, anche in Italia, una fase di totale cambiamento in cui lo stato di cose presente apparirà, improvvisamente, intollerabile, così da aprire la porta ad un futuro in cui il nostro Gigi si ritroverà finalmente a suo agio. E riposerà, finalmente, in pace, accompagnato dal nostro affetto.

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