lunedì, 27 Settembre, 2021

Rifare l’Italia…meridionale

0

Rifare l’Italia è un nonsenso storico, l’Italia è da farsi.

 

Sono trascorsi più di 150° dall’Unità d’Italia.

Se ragioniamo sulla fuga savoiarda da Roma, è facile intendere con quali criteri di non governo e di negletta maestà sia stata perorata l’industrializzazione unitaria.

La politica dei saltimbanco, tipica dello stivale, ha lasciato il segno tangibile con emigrazione, depressione economica e carenza infrastrutturale. Il tutto al danno del meridione, terra di conquista ed espansione savoiarda. Terra di baroni, latifondisti, vile nobiltà borbonica. A segnare la distinzione di classe tra “nobiltà di rango” e “nobiltà di toga” hanno ben agito i Florio, la cui speculazione imprenditoriale li ha resi nobili per virtù del proprio sudore.

 

Oggi l’Italia è una nazione la cui classe politica è inesistente.

Si intenda bene la definizione di classe politica, quella capace di amministrare i territori Regionali in ottica nazionale.

Tutto ciò è maggiormente vero per il Sud, il cui atavico disagio ha imposto l’istituzione di un dicastero guidato da un disagiato senza prospettive per il meridione. A conferma di ciò si pone l’attenzione sul tema della portualità, perno centrale di una politica economica che riguarda un Paese bagnato per ¾ dal mare Mediterraneo.

 

Il Governo ha messo a punto il piano nazionale di ripresa e rilancio dei porti italiani.

Attenzione è stata posta sui temi dell’inter-modalità e della logistica integrata, ossia l’ammodernamento infrastrutturale degli scali portuali. L’ambizioso progetto dovrebbe far affluire nel bel Paese i transiti commerciali diretti in Europa, trasformando i porti italiani in hub ricettivi, rispondenti alle esigenze della logistica internazionale.

In questo contesto economico di vantaggio – poiché l’Italia ha ottomila chilometri di costa -, sono stati marginalizzati i sistemi portuali del Meridione, da troppo tempo vittime di finanziamenti strutturali discontinui e politiche attendiste di tempi migliori.

Saranno Genova e Trieste a ricevere buona parte dei 3 miliardi previsti dal Recovery Fund. 

Per il porto di Genova è stato stanziato circa mezzo miliardo. Questo verrà utilizzato per realizzare una nuova diga foranea,  garantire maggiori livelli di sicurezza e consentire l’accesso alle navi di ultima generazione. Chi conosce Genova sa bene che l’aumento del traffico marittimo riproporrà, per una città schiacciata dalle montagne, i noti problemi di viabilità e vivibilità. 

La ridente Trieste, la cui piazza Unità d’Italia rinnova il sodalizio patriottico nel cuore di ogni speranzoso italiano, riceverà poco meno di 400 milioni di euro. Fondi gestiti in partnership con la Hamburgen Hafen und Logistik, colosso tedesco della logistica portuale. Con oltre 6mila dipendenti e movimentazione di merci per 7,5 milioni di container, la Hamburgen Hafen und Logistik svilupperà i collegamenti retro portuali. Altro che europa unita, sembra riproporsi un’europa a misura di impero germanico.

 

Ma torniamo a parlare di Sud, di Meridione, d’Italia.

Anche questa volta il Sud rischia di rimanere estraneo alla nuova pioggia di fondi, soprattutto per la mancanza di una classe dirigente capace e competente. Saranno solamente 720 i milioni di euro destinati a realizzare l’ultimo miglio ferroviario e stradale tra Napoli e Salerno, ad adeguare i porti di Palermo e Catania al cambiamento climatico e destinati a migliorare l’accessibilità marittima agli imbarchi di Civitavecchia e Taranto. Nella stessa bisaccia anche i fondi per la navigazione fluviale destinati a Venezia e Ravenna.

Questi spiccioli sono destinati ad implementare gli scali meridionali, la cui ricettività contribuisce “solamente” per più del 40% alla movimentazione delle merci dell’intero comparto marittimo nazionale. Senza pensare che gli stessi hanno un ruolo decisivo per lo sviluppo turistico e territoriale di aree economicamente depresse. Questo risultato non tiene conto del gravoso deficit infrastrutturale, finanziario ed amministrativo in cui svolgono la loro funzione di recettori e creatori di economia. 

Cosa accadrebbe se i porti meridionali venissero adeguati agli standard europei? La domanda non trova risposta alcuna.

 Solamente la ministra delle politiche agricole alimentari e forestali, Teresa Bellanova, si è resa conto della sconcertante situazione dichiarando che: «Il Mezzogiorno deve essere al centro delle politiche espansive disegnate dal Recovery Plan e – continua – il Mezzogiorno è nodale anche in relazione a uno dei temi, clima e Mediterraneo>>.

 

Forse Provenzano, impegnato ad aggiornare la pagina Facebook con post commemorativi, dovrebbe cedere il passo, e non per galanteria, alla competenza; questa sì, senza sesso.

Non mancano le idee, che potrebbero essere messe in cantiere con il fine ultimo di risollevare le sorti dei territori del Sud, mancano gli uomini di spessore.

 

Diamo atto di una buona notizia, il socialismo sta fruttificando.

Ad ottobre 2020 Claudio Signorile ha inaugurato la Fondazione Mezzogiorno Federato. L’aspirazione è nobile, dare un piano strategico e politico al Meridione, l’obiettivo ambizioso, mettere insieme le regioni del Sud creando “network”. La domanda è: <<riusciranno i nostri eroi?>>

A dispetto dei pronostici statistici, basati su un passato poco felice, chi scrive si augura che la storia possa cambiare, auspicando che i giovani possano far parte di questo ambizioso progetto, divenendone i veri protagonisti. 

 

Condividi.

Riguardo l'Autore

Polemico, pronto alla sfida e disponibile a mettere in discussione la propria idea. Antonio Musmeci Catania è dottore in Giurisprudenza, indirizzo comparato europeo e transnazionale, presso l'Università degli Studi di Trento, approfondendo le tematiche delle relazioni politiche ed internazionali attraverso il master di II livello della Lumsa di Roma. Ti piace l'articolo?! Sostieni la mia penna con una donazione: Postepay Evolution: IT18K3608105138201757201764 https://paypal.me/avanguardiavanti?locale.x=it_IT Seguimi https://www.facebook.com/avanguardiasocialistavanti

Leave A Reply