martedì, 13 Aprile, 2021

Riformismo al sud per un nuovo meridionalismo

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Nel 1976 Nicola Capria, leader socialista regionale, ministro della Repubblica negli anni del “Nuovo Corso” del Psi e autorevole esponente della cultura meridionalista scrisse che “Una moderna politica meridionalistica non può isolare il dato della questione del Mezzogiorno dal quadro più generale del problema nazionale”. Quanta attualità in quelle parole, soprattutto nell’attuale contingenza, in cui si è evidenziato, opportunamente, come le risorse dell’Unione europea per contrastare la pandemia, in primo luogo quelle del Recovery Fund, siano un’occasione straordinaria per rilanciare il Mezzogiorno.
Ma tale prospettiva non è presente nell’agenda del governo e neppure in quella dell’opposizione, né si registra tale consapevolezza da parte delle classi dirigenti meridionali, immerse nel pantano dei loro scadenti giochi di potere.

A ben vedere, manca quella grande tensione che ha permeato la cultura meridionalista tra la fine del secondo conflitto mondiale e il crollo della prima Repubblica, con il risultato che la storica questione meridionale è più che mai aperta. Una tensione che non si ravvisa più da tempo neppure a livello sindacale, come quella della “strategia delle riforme” degli anni Settanta del ‘900, ricordata di recente da uno dei leader storici del sindacalismo italiano, Giorgio Benvenuto, sviluppatasi subito dopo la manifestazione del 22 ottobre 1972 a Reggio Calabria, che era stata preceduta dal convegno sullo sviluppo del Mezzogiorno, “per il protagonismo delle masse meridionali”.
Simbolicamente la cancellazione dell’intervento straordinario nel 1993, senza che fosse sostituito da alcuna strategia diversa che non fosse lo spontaneismo localistico più ristretto e senza regole, mascherato dal cosiddetto “sviluppo autopropulsivo del Sud”, ridotto a mero slogan senza basi materiali, è stato l’elemento costitutivo anche della messa in discussione delle stesse categorie del pensiero di un Meridione inteso come soggetto storico ed economico-sociale unitario, che ha consentito, paradossalmente, lo sviluppo delle azioni antimeridionali sviluppatesi nell’ultimo ventennio nel Nord più “profondo”. Tema, quest’ultimo, che evidenzia, ieri come oggi, come l’unità economica si può costruire solo con l’unità politica della Nazione, senza secessioni territoriali e corporativismi, entrambi espressione di egoismi.

Uno degli esponenti di maggior prestigio della cultura meridionale del dopoguerra, fondatore con Rodolfo Morandi della Svimez, Pasquale Saraceno, già nell’Introduzione al Rapporto dell’Associazione del 1984, aveva evidenziato come “l’obiettivo dell’unificazione economica [….] non può essere affidato esclusivamente all’intervento straordinario, ma richiede che il vincolo meridionalistico sia presente nella determinazione delle politiche nazionali”.
E in questo mainstream, profondamente anti-meridionale, si deve contestualizzare la fine dei poli di sviluppo e la cancellazione dei grandi insediamenti industriali pubblici, come l’Italsider di Taranto e l’Alfasud di Pomigliano d’Arco, anche in conseguenza della progressiva uscita dallo Stato dall’economia, sancita dalla fine del Ministero delle Partecipazioni Statali.
Quanto sia attuale la “questione meridionale” è testimoniata dal pensiero di un’economista come Federico Caffè, del quale, di recente, la Fondazione Feltrinelli ha riproposto uno scritto sul tema del 1978, dal titolo “Per diventare “europei” partiamo dal Mezzogiorno”. Nel dattiloscritto, l’eminente esponente della scuola keynesiana in Italia, aveva già al tempo individuato che il necessario aggancio con l’Europa, aveva tra le condizioni indispensabili il progressivo quanto veloce superamento del divario tra Nord e Sud del Paese. Le potenzialità costruttive di questa più diffusa coscienza della priorità individuata da Caffè, più che la “centralità” dei problemi del Mezzogiorno, riguardano la finalizzazione immediata che ne ricevono i sacrifici da richiedersi, in vario grado e proporzione, alla parte privilegiata e protetta della collettività.

Si può ben dire, quindi, che il rilancio di una seria e coerente strategia meridionalista è, prima ancora che di tipo economico, fondata sul terreno dell’iniziativa politica e poiché le forze politiche nazionali hanno tutte accantonato o obliterato il tema del Mezzogiorno, è evidente l’esigenza che al Sud si costituisca una iniziativa politica schiettamente riformista e certamente non di stampo localistico, che ponga in termini nazionali il problema, quale grande opportunità per la crescita di tutto il Paese.

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