sabato, 15 Maggio, 2021

RUGBY: vorremmo che il rugby italiano fosse Bollesan e Maus

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RugbyingClass – Il rugby piange due grandi campioni ma anche due amici personali. Nel giro di poche ore Marco Bollesan e Maus Cuttitta, due leggende di questo sport, due grandi guerrieri, due simboli, hanno “passato la palla”.
Tanto Marco e Maus, che erano entrati nel XV Azzurro di tutti i tempi nell’indagine fatta da RugbyingClass nel 2020.
Rispetto, goliardia, coraggio, faccia tosta, spirito d’insieme, orgoglio di appartenenza, c’erano tutti gli ingredienti che condiscono il rugby di altri tempi, ma certamente non meno capace di coinvolgere e di entusiasmare, quello giocato da Marco Bollesan e Massimo “Maus” Cuttitta.
Campioni a loro modo di un rugby diverso, una “generazione” li separava, ormai ottantenne il primo, cinquantaquattrenne il secondo, ma amalgamato dalla stessa innata passione per questo sport e per l’immenso amore per la maglia azzurra.
Erano uomini di mischia autentici, e abbiamo detto tutto, mai comparse ma sempre interpreti principali di centinaia e centinaia di agguerrite battaglie. Nel loro caso mai così calzante il dire “quando la lotta si fa dura i duri cominciano a giocare”.
Marco, tenace e scatenata terza linea negli anni sessanta e settanta, quando in Italia svelare al proprio vicino che tuo figlio giocava a rugby ci voleva massima confidenza, Massimo vischioso e granitico, un pilone sinistro di razza, a “spingere” dalla metà degli anni ottanta, in prima linea nello storico trionfo di Grenoble contro la Francia, fino al primo Sei Nazioni con la grande vittoria sulla Scozia nella partita d’esordio.
Due “icone” della palla ovale italiana e non solo, grandi molto più di quanto hanno raccolto, temuti e stimati dagli avversari, hanno fatto del rugby la loro casa, la loro vita. Lo hanno fatto col loro gioco, la loro sana “fame” e la loro grinta, qualità che non sono mai venute meno anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo.
Simpaticamente guascone e dalla risata contagiosa Marco, con quell’aria scanzonata da cinema francese in bianco e nero, metodicamente determinato e schiettamente tagliente nei giudizi Massimo, entrambi mai banali, dotati di grande coinvolgente carisma, fuori e dentro al campo, capaci continuamente di emozionarsi ed emozionare.
Erano tipi da “ti ricordi quella volta” e davano inizio a memorabili racconti e gli episodi fluivano come un fiume in piena mentre la notte lasciava lo spazio alle prime luci del mattino.
Coloro ai quali si poteva fare riferimento nel caso ci fosse stata necessità di recuperare una palla persa o “avvertire” un avversario bizzoso, come di un parere o di un consiglio.
Sapevi dove rivolgerti se eri sfiduciato e cercavi nuovo entusiasmo e voglia di combattere perché erano bravi a saper dire le cose ma soprattutto lo spiegavano con l’esempio mettendoci la faccia. Gli oltre centosessanta punti di sutura di Marco, ma il numero variava a seconda del momento e del “pubblico” che assisteva, ne sono la prova e nel rugby i fatti valgono il doppio.
Insomma, sempre pronti a prendere la situazione in mano da “Capitani Azzurri” quali sono stati.

 

La vita è una questione di scelte

A Marco i francesi lo hanno corteggiato tanto a lungo quanto invano, gli ingaggi, molto interessanti in quel periodo di “dilettantismo”, fioccavano ma lui ha sempre gentilmente declinato per “amore”, diceva, buttando un velo romantico sulla sua carriera. E’rimasto a girare per i “caruggi” genovesi, spostandosi al massimo a Napoli, Brescia e Milano. Rivestendo l’incarico di Commissario Tecnico della Nazionale al primo mondiale nel 1987.
Maus ha fatto il giramondo. Cresciuto fra l’Italia e il Sudafrica, da giocatore nelle più importanti squadre italiane e con le esperienze negli Harlequin, nientepopodimeno, il massimo campionato inglese quando ancora i “sudditi” di Sua Maestà non volevano giocare contro gli Azzurri per manifesta inferiorità. A fine carriera collezionando diversi incarichi da Assistant Coach per la nazionale scozzese, dove per oltre dieci anni ha impartito il decalogo della mischia, passando in Portogallo e Romania. Una sorta di “Nemo propheta in patria” mai incarichi con gli azzurri. Si rendeva conto, e non solo lui, di poter essere ancora utile ma sapeva, anche, quanto ai “piani Alti” non “amassero” i suoi innati modi “schietti” e quindi non si chiedesse di più alla sua ineguagliata esperienza.
Grazie Marco, grazie Maus, grazie infinite per quanto ci avete mostrato, “regalato”, per averci fatto gioire, esultare e appassionare a una palla ovale che saltella impazzita.
Il vostro rugby è indistruttibile, è un ricordo indelebile.

 

Leggi anche: Intervista a Massimo Cuttitta

 

RugbyingClass di Umberto Piccinini

 

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