lunedì, 10 Maggio, 2021

Russia, scoppia la protesta contro Putin

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Ieri è stata un’altra domenica di proteste in Russia. In decine di città russe, è stato accolto l’appello dell’oppositore Aleksei Navalny, incarcerato due settimane fa al suo rientro in Russia dalla Germania, dove aveva passato 5 mesi per curarsi dopo l’avvelenamento dell’estate scorsa.
A seguito delle proteste, in un’ottantina di città in tutta la Russia, ci sono stati circa 4.500 arresti, secondo quanto riportano i media indipendenti. Fra gli arrestati, anche diverse decine di giornalisti e la moglie di Navalny, la 44enne Yulia, che è stata rilasciata dopo alcune ore trascorse in una stazione di polizia.
Molte sono le immagini diffuse su media e social network, che mostrano sfilate pacifiche sotto la neve, ma anche scene di violenza della polizia per immobilizzare e arrestare i manifestanti, per bloccare gli accessi alla metropolitana e contenere i cortei.
Soltanto a Mosca, dove si è tenuta la manifestazione più partecipata, gli arresti sono stati 1.349. Quindici tra i fermati sono accusati di avere attaccato i rappresentanti della polizia nella capitale, secondo quanto riferisce l’agenzia statale Tass. Scontri e arresti anche a San Pietroburgo, dove la Polizia ha smentito di avere usato gas lacrimogeni.

Quanto a Yulia Navalnaya, è stata bloccata mentre usciva da una fermata della metropolitana, poi è stata trasferita al dipartimento di polizia di Shcherbinka, a nord est di Mosca, ed infine rilasciata con un verbale amministrativo poche ore dopo.
Sul fronte internazionale, il segretario di Stato americano Antony Blinken, ha condannato duramente gli arresti. Il capo della diplomazia dell’Amministrazione Biden ha parlato di ‘tattiche brutali’ da parte della polizia.
Mosca ha replicato accusando gli Usa di essere i promotori delle proteste. Il ministero degli Esteri Russo ha scritto sui social: “Chiediamo la fine delle interferenze negli affari interni degli stati sovrani e vi ricordiamo la vostra responsabilità, il sostegno alla violazione della legge da parte del Segretario di Stato Antony Blinken è un’altra conferma del ruolo di Washington nel promuovere le proteste da dietro le quinte”.
Anche il capo della diplomazia europea ha espresso il suo disappunto per la repressione delle manifestazioni. Josep Borrell, che nei prossimi giorni ha in programma una missione nella capitale russa per discutere proprio di questi temi oltre che delle relazioni bilaterali Ue/Russia, ha commentato: “Anche oggi le detenzioni diffuse e l’uso sproporzionato della forza contro manifestanti e giornalisti in Russia. Le persone devono poter esercitare il loro diritto di manifestare senza timore di repressione. La Russia deve rispettare i suoi impegni internazionali”.
Dalle fonti della Farnesina, l’Italia ha denunciato: “Le brutali repressioni e le migliaia di arresti di manifestanti pacifici che non possono che continuare a suscitare emozioni e sentimenti di ferma condanna. Chiediamo il rilascio di coloro che sono stati arrestati soltanto per avere fatto sentire pacificamente la propria voce e manifestato le proprie idee senza violenza”.
“La maggioranza è dalla nostra parte, svegliamoli”. Con questo messaggio, Navalny ha fatto appello ai suoi sostenitori dal carcere di Matrosskaya Tishina, per convincerli a manifestare.
Già una settimana fa, sabato 23 gennaio, nel primo giorno di proteste, decine di migliaia di russi erano scesi in strada in oltre cento città contro il lungo governo di Putin, accusato di stagnazione e corruzione.

Anche in quella occasione erano stati arrestati oltre 4 mila dimostranti mentre nei giorni seguenti diverse personalità vicine a Navalny, dal fratello Oleg all’avvocato Lyubov Sobol, sono state poste agli arresti domiciliari con l’accusa di aver violato le restrizioni anti Covid invitando a manifestare.
Con la stessa accusa è stata prolungata la detenzione della portavoce di Navalny, Kira Yarmysh, che aveva terminato i nove giorni di carcere a lei inflitti per manifestazione non autorizzata.
Nei giorni scorsi, il Cremlino ha anche cercato di arginare la mobilitazione sui social network. Il Roskomnadzor, l’autorità per le telecomunicazioni russa, venerdì scorso ha convocato i responsabili delle principali piattaforme, da Facebook a TikTok, per chiedere loro di non diffondere gli inviti per partecipare alle manifestazioni.
Nel mirino anche Telegram, per un canale da dove gli attivisti stanno diffondendo i dati personali dei poliziotti coinvolti nella repressione delle proteste. Tutti rischiano sanzioni economiche.
In Russia anche le misure anti Covid sono state utilizzate come strumento di repressione. In un Paese dove l’opposizione non può manifestare il proprio dissenso politico, vuol dire che non c’è democrazia: c’è una dittatura o una finta democrazia che di fatto è assimilabile ad una subdola dittatura, come avviene in Russia e come avviene, o si tenta di fare, in tanti altre Nazioni del mondo.

 

Salvatore Rondello

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