mercoledì, 12 Maggio, 2021

Scrive Carlo Felici:
Un discorso che va letto tra le righe

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Nell’analizzare brevemente il discorso rivolto da Draghi al Parlamento, mi pare opportuno focalizzare alcuni passaggi essenziali.
Draghi esordisce dicendo che “Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità.”
Questa osservazione, in effetti suona efficace solo in un Parlamento che ha dimenticato da tempo il suo ruolo originario e costituzionale in una Repubblica Parlamentare, sostituendolo con la demonizzazione dell’avversario, con l’inciucio oppure addirittura con la rissa tra i banchi delle Camere dei rappresentanti del popolo. Il ruolo di un Parlamento serio è sempre stato, infatti, quello di arrivare ad una sintesi tra ciò che un governo propone e quel che una opposizione rileva in termini di interesse generale del Paese. Siamo ancora una Repubblica parlamentare, se qualcuno non se ne fosse accorto.
Il richiamo agli anni del dopoguerra e allo spirito repubblicano che lo animò e che dette vita alla nostra Costituzione, è sicuramente opportuno per lo spirito di sacrificio a cui ci stiamo e ci dobbiamo sottoporre per rimettere in sesto il nostro Paese, ma non dimentichiamo altresì che quello spirito repubblicano di allora, non divenne mai unanimismo, fu solo il prodotto di una fruttuosa collaborazione per scrivere le regole costituzionali, le quali, una volta applicate, portarono il popolo a votare nel 1948 e a definire gli equilibri politici futuri tra governo ed opposizione.
Una opposizione che oggi in Italia è svolta solo da un partito politico che democraticamente ha accettato la logica dell’incarico costituzionale a Draghi, ma che coerentemente non vi partecipa perché esso non deriva da un mandato popolare e, pur non condividendone gli orientamenti, si riserva di valutare, volta per volta le sue proposte per votarle o respingerle, senza far parte della compagine ministeriale.
Ebbene, senza voler essere tacciati di lesa maestà sia verso Draghi che verso colui che lo ha incaricato di formare un governo, anche se di emergenza, sia almeno consentito anche a noi di non essere d’accordo. Ci sia consentito di rilevare che è troppo poco, specialmente considerando che, anche da sinistra, non pochi rilievi si potrebbero addurre al discorso di Draghi.
Egli continua a parlare, come alcuni dei suoi predecessori di “capitale umano”, una definizione che in termini prettamente “umanistici” è una contraddizione in termini. Sia perché la vita umana non ha un valore “capitalizzabile” dato che essa resta inestimabile, dalla nascita alla morte, sia perché la logica del capitale e del profitto resta tuttora quella di privilegiare il suo autopotenziamento a scapito degli esseri umani e della natura che esso tende a sfruttare per fini di profitto.
Il vero spreco, di conseguenza, appare quello di continuare ad utilizzare e valutare le risorse, finalizzandole principalmente all’attuazione di questa logica di accumulazione del capitale, anziché privilegiare una innovazione che sia coniugata con la distribuzione e la valorizzazione delle effettive risorse e competenze umane, in ogni settore, a beneficio degli esseri umani e dell’ambiente in cui vivono
Giusto quindi pensare a tutto ciò più in termini di investimenti a favore di “risorse” umane “inestimabili”, specialmente quando si parla di scuola, di formazione e di capacità di metterle a frutto per il bene non solo delle nuove generazioni, ma anche del Paese che ha investito nella loro crescita ed educazione.
Quando però Draghi ci dice anche che “Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa.”, non sappiamo se rallegrarci o tremare. Ci chiediamo infatti chi possa mai essere così autorevole da stabilire la “debolezza degli Stati” e che prezzo essi debbano pagare per “acquistare sovranità condivisa”, sempre ammesso e non concesso che questa condivisione avvenga su basi di libertà, fratellanza ed uguaglianza. L’esempio della Grecia non ci pare molto fulgido nel merito.
Draghi non parla di misure di sostegno all’occupazione, di piani industriali, di concertazione sindacale, di investimenti a sostegno della stabilizzazione del lavoro ma ci dice semplicemente che questa crisi è “un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento.
La pandemia ha finora ha colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato.”
Messa in questi termini, questa pare più una minaccia che incombe sulla testa di tutto il popolo piuttosto che una promessa di redenzione, più un invito a prepararsi alla rottamazione che un serio programma di recupero e valorizzazione della forza lavoro in Italia. Specialmente quando il seguito è altrettanto lapidario: “Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica”
Ecco il punto, chi dovrà fare tali scelte che avranno pesanti conseguenze sul destino di tante persone e famiglie già molto provate dalla crisi?
Chi sarà il vero artefice della nuova politica economica di questo governo impugnando il suo bisturi micidiale? I tecnici di cui Draghi si è circondato per blindare le sua scelte in campo economico, oppure le parti sociali con cui si è sempre deciso e favorito lo sviluppo in Italia specialmente negli anni migliori della nostra crescita? Draghi non ce lo dice.
Il problema della scuola non è la didattica in presenza o a distanza, specialmente quando si trascura completamente di parlare di digital divide, cioè di enorme divario tra chi ha i mezzi telematici e li sa usare e chi non li ha o non li sa usare, il problema vero della scuola sono gli annosi tagli, gli sprechi per finanziare progetti inconsistenti, per investimenti su valutazioni che sono attuate da istituti come l’INVALSI che non valutano competenze storiche, linguistiche, digitali e tanto meno quelle ormai definite e consolidate altrove in Europa, persino in Spagna, dalla Agenda 2030, i cui obiettivi però sono estremamente chiari a Draghi che cita anche giustamente quel Papa che ne ha animato più di tutti la messa in opera.
Il problema della scuola sono le cattedre scoperte a inizio anno con le spasmodiche attese, tappare i buchi fino a nomine che giungono sempre con ritardi cronici, il problema scuola sono le classi pollaio, di 30 alunni attivate anche in piena pandemia, sono i collegamenti in rete mancanti, sono gli insegnanti di sostegno che mancano…non sono gli orari, definiti, come Draghi dovrebbe sapere bene, in ambito europeo e non nazionale. In Italia si sta a scuola per lo stesso numero di giorni rispetto a tutti gli altri Paesi europei, solo con una distribuzione diversa per ragioni climatiche. Sarebbe davvero paradossale costringere gli alunni della Sicilia, ad esempio, ad andare a scuola a giugno senza ventilatori né condizionatori con 40 gradi all’ombra, solo perché non si è saputo assicurare loro una adeguata formazione a distanza a causa del digital divide, aggiungendo così ad una penalizzazione un’altra umiliazione.
Questo è un governo costituito da ministri che in grande maggioranza provengono dal Nord, e forse proprio per questo benedetto anche da Salvini, con il quale fino a ieri la cosiddetta sinistra nostrana non avrebbe preso nemmeno un caffè. Draghi non ha in alcun modo accennato alla perdurante “questione meridionale” né a come sostenere imprese che in condizioni difficilissime, specialmente nel Sud, hanno cercato di fare miracoli, per sottrarre manodopera alle mafie, anch’esse ignorate da Draghi, e garantire lavoro e occupazione a famiglie sempre più in difficoltà.
Draghi parla di sostenere la green economy, pare dare grande risalto alla questione ecologica e però dentro di essa ci mette il 5G e pure il cluod computing, un sistema con cui i grandi motori di ricerca inseriscono i loro utenti in una nuvola mediatica in cui offrire loro prodotti commerciali, dopo averne ben studiato i movimenti ed interessi in rete. Nessun accenno quindi a come sia opportuno evitare l’inquinamento elettromagnetico e quello derivante dall’invadenza delle multinazionali mediatiche, nè come far pagar loro le tasse
Da un punto di vista fiscale, si parla di grande riforma senza tenere conto dei vari “gruppi di pressione” e non so se ingenuamente oppure in maniera velleitaria, specialmente considerando che le forze politiche così eterogenee che sostengono il governo di Draghi, in questa condizione di “convivenza coatta”, non potranno esercitare un ruolo politico tendente a promuovere un progetto di riforma largamente condiviso, ma si limiteranno soprattutto ad esercitare un ruolo “di pressione” su ogni provvedimento, specialmente in ambito fiscale, preso dal governo.
La posizione internazionale presa da Draghi non stupisce che sia quella di altri governi a lui precedenti, fedeltà alla UE e alla NATO, fin qui infatti nulla di nuovo, né di straordinario, ma quando si dice che: “Continueremo anche a operare affinché si avvii un dialogo più virtuoso tra l’Unione europea e la Turchia, partner e alleato Nato. L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa. Seguiamo con preoccupazione ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati. Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina.” Allora ci chiediamo perché dovremmo stigmatizzare la mancanza di diritti umani in Cina e in Russia e trascurare completamente quelli che vengono calpestati in Turchia da un governo che reprime anche in forma brutale ogni sorta di opposizione, addirittura con un “dialogo più virtuoso”? Con chi? Con chi seppellisce in carcere i giornalisti che cercano di informare e provano a dialogare con la pubblica opinione?
Si parla infine di “deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva.” E qui, forse il contentino dato a Salvini fa quanto meno un po’ sorridere, dato che l’equilibrio di cui si parla non è da rafforzare ma da costruire ex novo, in primis abolendo l’onere dell’accoglienza per il Paese in cui gli immigrati vengono sbarcati, e creando degli obblighi anche di risarcimento, per quelle navi che raccolgono migranti e, di fatto impongono il loro sbarco a chi vogliono loro, indipendentemente dalle offerte di accoglienza di altri Paesi.
Nel complesso, è del tutto evidente, il discorso di Draghi, dovendo accontentare un po’ tutti, non poteva essere più circostanziato e preciso, lo capiamo molto bene, però attenzione a saperlo leggere tra le righe, potrebbe essere meno generico di quando si possa credere.
Il clima del “salvatore della Patria” o dell’”emergenza nazionale” non favorisce mai un sereno confronto democratico e misure che possano incontrare un vasto consenso popolare, però, attenzione, l’Italia ha vissuto momenti cruciali di grande emergenza, senza mai venir meno al confronto con la società civile e con le parti sociali, con la rappresentanza autorevole delle forze del lavoro e sindacali. Questo, soprattutto nel passato, ha consentito al nostro paese di superare la minaccia del terrorismo e della mafia quando attaccavano il cuore dello Stato e delle nostre istituzioni.
Sarà quindi il caso di non trascurare questa lezione della Storia e magari fare anche in modo che lo studio di questa materia abbia finalmente maggiore rilevanza soprattutto nella formazione scolastica.

 

Carlo Felici

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