lunedì, 10 Maggio, 2021

Scrive Luigi Mainolfi:
Contrastare i poteri forti

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Quando penso alla situazione socio-economica-politica attuale dell’Italia e alle proposte avanzate dalla classe politica per uscire dall’attuale crisi, resto scoraggiato. Il disagio aumenta quando sento le analisi giustificative delle scelte che si propongono. Diventa consequenziale impegnarmi per approfondire la conoscenza, al fine di elaborare una mia idea. Due concetti mi hanno aperto la strada, “ la società liquida” di Bauman e quello secondo il quale, “ il deserto è il labirinto che disorienta di più”. Poi, con l’aiuto della convinzione che, per ogni problema ci deve essere una soluzione, ho cercato aiuto negli scritti di persone che considero maestri, senza farmi distrarre da parole fuorviati, come Rinascimento.

 

Per Paolo Di Stefano, la parola Rinascimento è diventato un brand o un abitino indossato da destra e da sinistra. Per me, quando non si conoscono le cause dei problemi e non si ha una visione della società, si alza il dito verso parole evocative per distrarre, sapendo che gli ingenui si fermano a guardare il dito. De Masi ha affermato che Conte, quando illustrò il suo piano politico, fece un elenco di banalità. I Politici, dovrebbero capire che il momento è delicatissimo e, se si sbaglia medicina, il nostro Paese resterà solo come “stivale geografico”. Le condizioni socio-economiche attuali non hanno niente in comune con quelle della prima Repubblica. Anche gli strumenti che in democrazia si utilizzano per fermare una crisi e rilanciare il Paese, sono diventati inefficaci o inutilizzabili. Riportiamo qualche dato.

 

Oggi, ci sono 12.000.000 in condizione di “povertà relativa” e 5.000.000 in povertà assoluta; il 48% dei giovani laureati, dopo 3 anni, non ha ancora un lavoro; i neet sono 2.000.000. La tecnologia da alleata dei lavoratori è diventata una mostruosa concorrente. Mentre il liberismo si è trasformato in neo-liberismo, più aggressivo e affamato, la politica, guida dello Stato, è stata soppiantata dall’economia, con l’aggravante che questa è teleguidata dalle Agenzie di rating. Un altro dato da considerare è l’aumento del 73% del patrimonio dei 6.000.000 di persone più ricche, mentre quello dei 6.000.000 di persone più povere è diminuito del 62%. Il sociologo Paolo Perulli usa il termine “neoplebe” per indicare quelli, indicati dal Papa come “scarti della globalizzazione”, che occupano il posto di “penultimi” e vivono con la paura di diventare ultimi. E’ utile capire che la neoplebe è il prodotto del neoliberismo , ma anche dei leader riformisti americani ed europei, come Clinton, Blair, Obama e Schroder, che hanno lasciato indifesa la società davanti al super capitalismo. Purtroppo, è preoccupante il cambiamento della struttura sociale, che è accompagnato dal suicido delle forze che dovevano contrastare i poteri forti. Persone sensibili, che coltivano ideali e valori, si stanno ponendo la domanda : Che fare? Per tentare di dare una risposta, non possiamo prendere esempi dal passato, perché la società è cambiata. Paolo Silos Labini, nel 1974, con il “Saggio delle classi sociali”, illustrò il contesto sociale e politico del nostro Paese. I dati fanno capire che allora era facile, per le forze politiche, che lo volessero, contrastare le forze liberal-capitalistiche. Gli operai erano il 48% dei lavoratori, la piccola borghesia impiegatizia era il 17% e i lavoratori autonomi erano il 29%.

 

La DC, il PCI e il PSI erano Partiti di massa con milioni di iscritti, che, grazie a ideologie o a ideali, erano legati tra di loro. Non a caso, gli iscritti si chiamavano Amici o Compagni. Nel 1974, la DC aveva 1.843.515 iscritti, il PCI 1.657.825 e il PSI 511.741. I partiti riempivano le piazze ed erano gruppi di pressione. Il 61% degli elettori del PCI erano operai. Attualmente il PD ha solo 412.675 iscritti, la Lega 100.000, FI 106.000 (2015), 5S 196.000.

 

Anche questi numeri dimostrano la scarsa rappresentatività delle Forze politiche. La variazione del peso dei settori nella formazione PIL, con la riduzione del peso del settore industriale, che è passato dal 76% al 21% del PIL, e con l’aumento del’importanza del commercio, del turismo, della cultura e dei settori virtuali (bancario, assicurativo e finanziario), ha reso difficilissimo creare movimenti di lavoratori. La globalizzazione ha reso meno solidale la classe lavoratrice. Per invertire la tendenza in atto, bisogna lottare per riportare gli Stati a prevalere sugli iper capitalisti e per ricreare lo spirito di collaborazione tra le forze sane della società. A tal fine, bisogna riassorbire gli ideali nobili, senza indebolirli con false ideologie, e organizzarli, per aspirare a un modello di società, basato su democrazia, giustizia sociale, etica pubblica, uguaglianza ed ecologia integrale. Ciò, per costruire una vera alternativa al populismo e alla superficialità, condizione utile per ricreare la speranza in un futuro sereno e ricco di opportunità.

 

Luigi Mainolfi

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