domenica, 26 Settembre, 2021

Scrive Luigi Mainolfi:
Di chi la colpa?

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Le cose lette, negli ultimi giorni, sui problemi delle zone interne della Campania, mi inducono a sottoporre, ai gentili lettori, alcune considerazioni. Per parlare di sviluppo di una zona, come prima cosa, bisogna avere chiaro il concetto di sviluppo. Parlare delle condizioni in cui versa un settore o un territorio, si fa una fotografia, non si progetta il suo sviluppo, che viene influenzato dalle vicende nazionali, politiche ed economiche, dalla politica europea e, soprattutto, dalla qualità della classe dirigente locale. Un altro elemento da valutare è il rapporto, socio-economico-culturale, della zona con quelle limitrofe, che può essere concorrenziale o complementare. Infine, è vitale capire la natura delle risorse di cui si dispone e il loro valore produttivo. Di quelle immateriali, culturali e folcloristiche bisogna valutare anche la loro capacità di attrazione. E’ bene ricordare la filosofia degli attrattori turistici, deliberati dalla Regione Campania, agli inizi del secolo. Purtroppo, finora, non ho visto comportamenti influenzati dalle conquiste concettuali di cui innanzi, ma solo dalla voglia di protagonismo senza sostanza e dal desiderio di creare costosi comitati e presidenze. Qualche opera proposta è più frutto di particolarismo e di improvvisate pressioni locali, senza una visione generale. Per esempio, parlare delle Ferrovie Avellino –Rocchetta ed Eboli-Calitri, mentre si trascura il collegamento su ferro del Capoluogo irpino con gli altri capoluoghi campani e, in particolare, con Napoli, è una menomazione culturale. Nel dopo terremoto, il Progetto 21 conteneva anche l’idea di spostare la Stazione ferroviaria di Avellino verso il centro della Città, per renderla più funzionale alla scelta degli spostamenti con il treno. Per una città, con un’economia basata sul commercio, perdere residenti, come sta avvenendo, è mortale. Perciò, cercare di attrarre persone di altre Province è di vitale importanza. A tal fine, è importante la valorizzazione del patrimonio folcloristico-artistico-culturale, facendolo diventare “bene culturale in movimento” (Marino Niola) per fare aumentare il suo fascino. A tal fine, ci vuole una politica basata sul marketing territoriale. Cosa impossibile con amministratori rionali e analfabeti strumentali, figli della degenerazione di una politica, che aveva già manifestato i suoi limiti. In questi giorni, i sindacati provinciali stanno invocando un “piano di sviluppo”, senza dire chi lo dovrebbe predisporre. Ignorano che, nel 2000, da consigliere provinciale, riuscii a far costituire il “Comitato Provinciale per lo sviluppo”, con lo scopo di utilizzare energie capaci di formulare “il piano di sviluppo dell’Irpinia”. I Presidenti succeduti a Maselli non si sono preoccupati di utilizzarlo e l’attuale è in “tutt’altre faccende affaccendato”. Finora, nessuno e nemmeno i sindacati hanno chiesto di attivarlo. La formulazione di un piano di sviluppo avrebbe contribuito a neutralizzare una caratteristica negativa della nostra Provincia: essere sommatoria di zone, non comunicanti tra loro, anzi centrifughe verso altre Province. Le deficienze della classe dirigente, politica e sindacale, sono più appariscenti nel Comune di Avellino e negli altri Enti (Provincia, Comunità Montale, Parchi e Distretti vari). Quando si gira per le strade di Avellino, è una desolazione: strutture abbandonate ( ex ospedale di Viale Italia, Maffucci, ex Scuola Dante Alighieri di Via Piave, ex ospedale Capone), spazi lasciati incolti, traffico lento e inquinante, diluvio di “vendesi e fittasi” e saracinesche abbassate sempre più numerose. Gli amministratori del Comune capoluogo, che è il socio più importante dell’Ente Alto Calore, non si interessano della sua gestione, che fa acqua da tutte le parti:spreco di risorse, scarso rendimento dei dipendenti, deficienze tecniche e l’alto il costo per le famiglie. Stesso ragionamento per Irpiniambiente e per l’Azienda Trasporti. La vita sociale di un territorio dipende anche dalla qualità della Sanità, dell’Istruzione, della Sicurezza e dal rapporto tra le zone. Purtroppo, la qualità di tali servizi, ad eccezione di bravissimi professionisti nella Sanità, è di livello da terzo mondo. Il problema dell’ospedale di Solofra dimostra che non c’è una visione provinciale e che ognuno si agita solo quando viene indebolito il suo interesse particolare. Sarebbe interessante chiedere agli irpini che hanno coperto o che coprono incarichi elettivi nazionali e regionali di dimostrare di aver fatto qualcosa per lo sviluppo del territorio. Anche gli elettori, però, andrebbero giudicati.

 

Luigi Mainolfi

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