domenica, 19 Settembre, 2021

Scrive Luigi Mainolfi:
PIL non significa sviluppo

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Le parole Recovery e Pnrr e l’espressione Next Generation Eu stanno tenendo banco da moltissimo tempo. Televisioni e radio le ammanniscono migliaia di volte al giorno e i giornali nazionali e locali le diffondono. I poveri cristi, per apparire aggiornati, le ripetono ad ogni piè sospinto. Questo diluvio ha alimentato speranza per lo sviluppo del territorio italico e, in particolare, per quello meridionale, i cui sostenitori-mendicanti si limitano a sperare che cada la manna. Finalmente, conosciamo l’entità degli stanziamenti e gli effetti stimati. Il totale di 222,1 miliardi di euro è diviso tra i seguenti settori previsti dal regolamento della Recovey and Resilience Facility:

 

1) Innovazione digitale 49,2 miliardi-22,2%; 2) Transizione green 68,6 miliardi-30,9%; 3) Infrastrutture e mobilità 31,4 miliardi-14,1%; 4) Educazione e istruzione 31,9 miliardi-14,4%; 5) Inclusione e coesione 22,5 miliardi-10,1%; 6) Salute e ricerca sanitaria 18,5 miliardi-8,3%.

 

Gli effetti stimati sono la crescita del PIL nel 2026 del 3,6% e un aumento dell’occupazione del 3,2%. Abbiamo notato che le previsioni dei diversi istituti sono discordanti. Per l’utilizzazione dei primi 25 miliardi, l’Italia ha presentato 105 progetti. La lettura dei loro titoli mi ha confermato le prime impressioni: troppo tecnicismo e poca economia politica. Ho sempre pensato che il Meridione non fosse come il Far West di una volta, per il quale le ferrovie e le strade erano un mezzo per creare le condizioni per farlo diventare attraente e produttivo. Nel valutare ciò che si sta mettendo nel paniere del recovery, dopo considerazioni di politica economica, non posso non utilizzare come parametro esperienze del passato. Si pensava che l’autostrada Roma –Napoli-Bari e la Salerno- Reggio Calabria avessero provocato sviluppo, invece lo stiamo ancora aspettando. Si pensava che i miliardi del dopo-terremoto, quelli utilizzati per la ricostruzione, quelli spesi per le infrastrutture e quelli dati alle Aziende, come contributi a fondo perduto per le Aziende create nelle zone terremotate, avessero trasformato le “zone dell’osso” in “zone della polpa”, invece si sono allargate le “zone dell’osso”, la cui popolazione continua a diminuire e il cui patrimonio continua a perdere valore (vedi Avellino). E bene ricordare che i soldi spesi nelle zone terremotate furono quasi quanti quelli da spendere, grazie al Recovery. Nelle cose da fare si parla, tra l’altro, di asili nido, di immobili scolastici, di 16.500 assunzioni per la gestione del Piano, dell’Alta velocità Napoli-Bari, con una galleria di oltre 20 Km (a pensarci mi vengono i brividi), della Palermo-Messina-Catania e della Salerno-Reggio Calabria. Non ho trovato progetti tesi a valorizzare le risorse del Sud. Non ci sono incentivi a creare cooperative per rendere coltivabili le vastissime terre incolte; a passare dalla conservazione dei beni culturali alla loro valorizzazione; alla istituzione di una scuola di management; alla creazione di strumenti per la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti tipici; al miglioramento della qualità della Sanità pubblica, per evitare che le Regioni meridionali paghino a quelle settentrionali somme ingenti per la cura al Nord di meridionali, come la Campania che, annualmente, versa al Nord 400 milioni, ecc. Purtroppo, le cose sagge non si capiscono, mentre quelle ad effetto immediato provocano consensi per i proponenti e arricchimenti per gli esecutori. Strade, lottizzazioni e edilizia costosa sono state la fortuna degli assessori ai LL.PP (la delega era la più ambita) e dei palazzinari. Non si capisce che gli effetti di tali opere, sull’occupazione, sono a tempo determinato. Lo sviluppo di un Paese con coincide con l’aumento del PIL, che può essere temporaneo e può creare diseguaglianze. Una preoccupazione in più, se è prodotto da investimenti fatti con soldi presi a prestito. Si può parlare di sviluppo, se si verifica crescita di occupazione a tempo indeterminato; se si importa di meno e si esporta di più; se il rapporto tra le entrate massime e minime dei lavoratori non è superiore a 5; se si investe per produrre beni e servizi, la cui richiesta non è a tempo e si evolve. Perciò, gli antichi affermavano “i popoli che si allontanano dall’agricoltura sono destinati a perire”. Con piacere, ho appreso che economisti spingono nella direzione , da me auspicata. I politici meridionali, purtroppo, in tutt’altre faccende affaccendati.

 

Luigi Mainolfi

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