mercoledì, 16 Giugno, 2021

Scrive Luigi Mainolfi:
Progetti o sogni?

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Dai resoconti giornalistici della relazione che il Presidente del Consiglio ha svolto alla Camera per illustrare il piano Recovery e dai commenti di dirigenti politici, ho dedotto che siamo su una strada diversa da quella che avremmo dovuto imboccare. Dai tempi dell’Università e dai Convegni ai quali ho partecipato nel corso degli anni, uno per tutti il Convegno di Rimini,del 1982, dal titolo “Governare il cambiamento”, ho maturato l’idea che un Piano di Governo deve partire dall’esame delle tendenze economiche in corso, dalle condizioni geopolitiche del momento e dai rapporti tra gli Stati, le cui scelte influenzano di più le economie del mondo. Nel nostro caso, come consigliava Ruffolo, bisognava raccoglier un flusso di informazioni e conoscenze, prima di formulare il piano , come capire perché molti nostri imprenditori trasferiscono le proprie imprese all’estero; perché rendiamo facile, a Paesi, Cina in particolare, di creare e gestire supermercati in Italia, assorbendo tutto il valore aggiunto, dalla materia prima alla vendita del prodotto finito, invece di venderlo ai nostri importatori; conoscere, per valutare lo stato di salute della Nazione, quanti euro vengono rimessi dagli immigrati ai loro Paesi di origine. Le rimesse in uscita sono voci negative del bilancio. La crescita del Pil e dell’occupazione dipende , in primo luogo, dalla riduzione delle voci passive del bilancio nazionale. Purtroppo, non ci risulta che questi aspetti siano stati oggetto di valutazione. Molti opinionisti hanno affermato che dopo molte parole e dopo una crisi politica, abbiamo solo i titoli dei capitoli del piano. La sintesi delle quasi 300 pagine del Piano lascia nella mente, di chi l’ha sentita e di chi ha letto i giornali, solo i nomi dei settori di interventi: digitalizzazione,innovazione e cultura, rivoluzione verde e transizione ecologica, infrastrutture per mobilità, treni veloci, istruzione e ricerca, inclusione sociale e salute. Non si capisce come si fa ad assegnare quote percentuali ai singoli settori senza conoscere i progetti relativi ad ognuno. Brunetta, dopo aver espresso giudizio positivo sul Piano Draghi, ha aggiunto “per il successo del Piano serviranno le riforme”. Il che significa ostacoli da superare. Il Presidente della Confindustria attribuisce importanza principale alle 47 riforme che dovrebbero far migliorare il funzionamento della macchina statale, cosa da cui dipende il giudizio degli europei sull’Italia. Finora ne sono state definite solo 5 . Un altro argomento che distrae e viene utilizzato dagli amministratori locali e da politici per apparire difensori del Sud è la percentuale dei fondi assegnata al loro territorio. Se il Sud, del Fondo di coesione 2014-2020, ha speso appena il 5%, come può essere giudicata seria la richiesta di fondi non in base a progetti disponibili, ma in funzione della sua estensione territoriale? Un’altra debolezza del piano è costituita dalle previsioni relative all’aumento del PIL e alle variazioni delle condizioni socio-economiche. Sono più desideri che certezze. Facciamo qualche esempio.
Si parla di ridurre la durata dei processi civili del 40% e di quelli penali del 25%. Sarebbe una manna e ce lo auguriamo. Facile a dirsi, ma difficile da realizzare, conoscendo il potere della corporazione dei magistrati e delle associazioni di supporto e la debolezza del nostro sistema politico-parlamentare. Nel 2026, il PIL dovrebbe crescere del 3,6% rispetto al 2020. Prendere come riferimento il 2020, anno in cui c’è stata una caduta del PIL dell’11%, un incremento del 3,6% è un fallimento. Vuol dire che non recupereremo nemmeno il PIL perduto durante il primo anno di pandemia. Ho sempre pensato che se una forza politica ritiene una sua proposta interessante si impegna a farla conoscere, spiegando come e cosa fare per trasformare il potenziale in energia e provocare l’effetto moltiplicatore. Così avveniva nella prima Repubblica. In mancanza di azioni divulgative, c’è da pensare, come qualcuno ha già paventato, che i beneficiari siano alcune grandi imprese . Abituato a pensar male, mi sono fermato a valutare il perché della destinazione di una consistente somma per garantire i prestiti chiesti da giovani per acquistare un’abitazione. Qual è la motivazione di questa decisione? I giovani vogliono il lavoro per non essere costretti ad emigrare e per crearsi una famiglia. Influenzare l’acquisto di case, garantendo un mutuo trentennale, può essere utile a chi ha investito in edilizia, alle banche e, in alcune zone , al mondo degli affari.
Questa considerazione è stata provocata da alcune cose osservate ad Avellino. Ci sono oltre 400 appartamenti in vendita, centinaia di appartamenti da fittare, mentre la popolazione diminuisce. Il mercato è bloccato. Intanto, in zone ambite, costruttori importanti e con peso politico stanno costruendo molti appartamenti. Non riesco a ritenere tale decisione inserita nella logica del “gusto del futuro”. Speriamo bene.

 

Luigi Mainolfi

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