sabato, 23 Ottobre, 2021

Scrive Luigi Mainolfi:
Un comitato per la ripresa

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Le cose che ascolto e leggo sui problemi di Avellino stanno diventando insopportabili. Quando mi soffermo a valutare ciò che accade intorno a noi, come gli atteggiamenti delle persone, i comportamenti degli amministratori comunali e le dichiarazioni dei cosiddetti politici (“eletti per caso”), lo sgomento mi assale e non riesco a trattenere l’espressione “poveri noi”. Quando faccio i miei passi quotidiani, le saracinesche abbassate, i “Si loca” e i “Si Vende”, che sembrano manifesti di lutto dell’economia, provocano rabbia, delusione e impotenza. Il lungo periodo di lockdown mi aveva disintossicato, mentre il ritorno alla normalità mi fa temere di toccare con mano il peggioramento della situazione. Un’altra cosa insopportabile è ascoltare frasi, come “su cagnat’ ‘e tiemp”, non c’è più la politica”, su tutt’ e ‘na manera”, con le quali, invece di individuare i responsabili, si abbaia alla luna. E, la zeza continua e i responsabili del degrado godono. Alle elezioni, non si confrontano programmi, ma furbizie, apparenze e atteggiamenti populisti. Penso sia normale cercare di capire il processo politico-economico che ha condotto Avellino alla situazione pre-fallimentare attuale. I dati parlano chiaro. La popolazione residente si riduce, gli appartenenti in vendita sono quasi 500, il numero degli esercizi commerciali diminuisce e molti guardano le stelle. Negli anni ’60 del secolo scorso, molti comuni del circondario, e non solo, gravitavano su Avellino per le loro esigenze di beni e di servizi, aiutando l’economia cittadina. Inoltre, la Città aveva un suo fascino e traeva vantaggi anche da quello dei luoghi circostanti, come il Partenio. L’euforia palazzinara dirottò quasi tutto il suo potenziale economico verso l’edilizia. I potenti e i sostenitori di leader politici, quasi tutti, appartenevano al settore del mattone, sia per l’esigenza della ricostruzione sia per l’imitazione dei Pariolini. Purtroppo, la classe dirigente non sapeva che nelle lezioni di economia viene utilizzato il settore edilizio per spiegare i cicli economici. Ciò per l’alto valore del suo effetto moltiplicatore, sia nella fase della crescita che in quella della decrescita del ciclo economico. Il potere politico dominante provocò la trasformazione dell’immagine della città e la perdita del suo fascino, consentendo ai palazzinari di non rispettare le norme sull’edilizia e di modificare la destinazione del territorio. La dinamicità sociale prodotta dal miracolo economico contribuì a far diventare i comuni, che gravitavano su Avellino, autosufficienti per i beni di prima necessità e concorrenziali per tutto il resto, vedi Mercogliano e Monteforte. Il procedere senza un programma e senza una visione del futuro non fece utilizzare i fondi del terremo ’80 in modo intelligente. Ci sono edifici, come l’ospedale di Viale Italia, il Maffucci, il Capone, il Cinema Eliseo, il palazzo della Dogana, la Scuola Media Dante Alighieri che sono abbandonati e sono diventati delle “macchie” sull’immagine della Città. L’invasione degli ipermercati e dei cinesi ha ucciso moltissimi esercizi commerciali di avellinesi e fa trasferire altrove soldi della città. Il vandalo Amazon sta dando il colpo finale. Su 10 euro di spesa ben 7 avvengono tramite Amazon. Negli anni ’80 cercammo, senza successo, di prevenire e di ostacolare i moderni invasori. Infine, la perdita di 3.000 residenti all’anno, oltre ad essere una perdita di energie intellettuali, produce una riduzione dei consumi, quindi danno economico. Se contiamo i dirigenti delle associazioni, che rappresentano i commercianti, gli artigiani, gli imprenditori (piccoli e grandi) e il terzo settore abbiamo centinaia di persone che dovrebbero interessarsi dell’economia della Provincia. I sindacati, i partiti, i distretti, l’Asi, le C.M, i Parchi, i Gal e i Piani di Zona hanno centinaia di persone, che dovrebbero interessarsi dei problemi del territorio, del quale il Capoluogo dovrebbe essere la porta d’ingresso e il cervello trainante. Dalle “chiacchiere” prodotte, ho dedotto che non conoscono la natura dei problemi che dovrebbero risolvere. Il politico e, a maggior ragione, il politico amministratore dovrebbe essere un “radar sociologico” per leggere la società in cui opera al fine di capire le variabili che la influenzano e le esigenze di quelli che la vivono. Ciò, al fine di migliorare le condizioni di vita e le prospettive future. La classe dirigente dovrebbe avere il buon senso di capire i suoi limiti e avere l’umiltà di coinvolgere le energie disponibili, al fine di formulare un programma utile ad uscire dal sottosviluppo. Quanti, tra i nostri amministratori, conoscono le energie irpine che possono essere utili alla bisogna? La velocità del cambiamento e la spregiudicatezza degli operatori economici senza umanità, non consentono improvvisazione e ignoranza. Mi permetto di riproporre la costituzione di un Comitato Provinciale per lo sviluppo, i cui componenti dovrebbero essere scelti in base a curriculum, per arrivare al più presto a un programma, dal quale devono scaturire le proposte necessarie a far rinascere il nostro territorio. E’utile ricordare che non si può avere una provincia sana, se il capoluogo è malato.

 

Luigi Mainolfi

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