martedì, 22 Giugno, 2021

Scrive Mattia Carrammusa:
La gara dei puri

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Molte polemiche negli ultimi giorni stanno attraversando il paese e la politica circa l’autorevolezza del ministro guardasigilli. Ad innescarle durante questa fase “1-bis” le dichiarazioni del magistrato antimafia Nino Di Matteo che parrebbe avere attaccato il ministro della giustizia sulla questione del conferimento d’incarico del DAP.
Con fase “1 bis” si è voluta fare una sottile ironia con una velatura fortemente amara: la questione del sovraffollamento delle carceri è stata risolta dal ministero della giustizia con una misura che ha garantito i domiciliari a quasi quattrocento condannati in via definitiva per mafia e traffico di stupefacenti detenuti ai sensi del 41 bis. Un gesto del genere assume profili di una gravità totale, sia sotto il profilo politico che su quello morale: la pericolosità sociale rappresentata dai detenuti al 41bis è la più alta per l’ordinamento italiano, ma non per il ministro Bonafede o per l’esecutivo tutto a quanto pare. Invece di mandare provvisoriamente ai domiciliari gente che rappresenta una microcriminalità abituale (ad esempio i condannati per spaccio) facilmente “riacciuffabile”, gente con una pena residua pari o inferiore ad un anno (8.682 gli italiani su 61.230 detenuti totali al 29 febbraio 2020, stando ai dati del Ministero della Giustizia), gente condannata per contravvenzioni di cui al libro terzo del codice penale (4.283 detenuti al 31 dicembre 2019) e condannati per atti osceni e pubblicazione di spettacoli osceni (98 detenuti al 31 dicembre 2019) eccetera, il ministro competente ha preferito che il ministero desse direttive inverosimili e controverse che neanche Seth MacFarlane nel più demenziale episodio dei Griffin o Samuel Becket nella più assurda opera della sua produzione teatrale avrebbero mai potuto concepire.

Nel complesso, non può dirsi che il ministro Bonafede sia il guardasigilli “meno peggio” degli ultimi lustri, come ha inteso Andrea Scanzi pochi giorni fa (se non altro, ministri come i giuristi Flick, Diliberto, Palma e Severino, il prefetto Cancellieri – le cui posizioni sono state tutte archiviate, malgrado il fatto che ciò venga omesso dai suoi maggiori detrattori – ed i politici Mastella ed Orlando possono essere messi oggettivamente su un piano di subordine sul piano della meritevolezza rispetto all’attuale guardasigilli). E non può dirsi, certamente, di un ministro della giustizia che già dalle prime battute ha dimostrato persino una scarsa affinità con lo stato di diritto: solo chi non vuole ammettere qualcosa del genere ha dimenticato l’eresia giuridica che il ministro della giustizia (ed avvocato) disse a Porta a Porta quando affermò che “Se in un reato non riesci a dimostrare il dolo allora diventa colposo”. Quell’asserzione costò le attenzioni di moltissimi giuristi, molte associazioni di categoria di giuristi, legali, procuratori, praticanti avvocati, docenti di diritto, notai, finanche l’attenzione dell’Ordine forense: emblematica la richiesta di dimissioni formulata dall’Ordine degli Avvocati di Palermo al ministro Bonafede dopo quella affermazione.

Sorvoliamo sulle questioni processuali che minano lo stato di diritto e i cardini del processo penale (la cosiddetta “inderogabile ed inalienabile fisicità” della celebrazione del processo penale da cui discendono tutti i suoi corollari, dall’oralità e immediatezza in poi) o sul silenzio criminale sugli esami d’abilitazione alla professione forense che rischia di riverberare in maniera drammatica psicologicamente e professionalmente sulle diverse migliaia di giovani che hanno svolto la prova scritta dell’esame lo scorso dicembre e che si vedranno tagliati fuori probabilmente dalla prossima sessione (oltre alle osservazioni fatte dal collega, amico e compagno Musmeci Catania in una lettera al direttore del 6 maggio scorso). Su queste problematiche lasciamo che siano i competenti organi di categoria (l’Unione delle Camere Penali – pronunciatasi cinque giorni fa – e la Consulta Nazionale Praticanti dell’AIGA tra le tante) a pronunciarsi.

La situazione attuale è di una gravità assoluta: un magistrato che formula delle dichiarazioni seriamente gravi dirette al ministro della giustizia del “Partito della purezza”. Che poi, a volerla dire con Pietro Nenni, a far gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura. Le dichiarazioni del giudice antimafia suonano come una autentica cannonata, e l’assenza di note ufficiali dal ministero, col ministro che di fatto ha affidato una timida replica ai social dopo non esser riuscito ad argomentare pubblicamente una posizione, assume profili preoccupanti: viene meno il “peso politico” del ministro con un gesto di questa grandezza. Chiunque conosca Nino Di Matteo sa bene che si tratta di uno di quei giudici che non la “spara grossa” se prima non ha tutti gli elementi per premere quel grilletto: per quanto “fumantino”, forse più di quanto fu Borsellino in alcune sue dichiarazioni molto forti, non è un giudice che, a differenza di alcuni suoi colleghi, parla a vanvera pur di avere visibilità.

La risposta di Bonafede sui social – ripresa poi da Scanzi – non si può comunque ignorare, ma porta a delle valutazioni di natura politica che non possono essere ignorate. Anzitutto: com’è possibile che, se è vero quanto sostenuto dal ministro, che vi sia stato un così grande equivoco tra lui ed il giudice? Se arrivano due proposte ad un giudice, e questi ovviamente propende per uno dei due incarichi che poi gli viene negato per un non meglio precisato motivo o sulla base di non meglio chiariti criteri di merito, occorre capire anzitutto quali siano questi criteri; soprattutto occorre capire poi perché, se c’era una proposta pendente per il DAP, il ministro abbia conferito l’incarico ad un altro. Secondariamente: se, come ricostruisce Scanzi, la proposta era già nel giugno del 2018 per il conferimento del DAG (direzione erede di quell’organo che venne affidato a Falcone dal ministro Martelli) seriamente potenziato e che non fosse semplicemente un promoveatur ut amoveatur, perché in quasi due anni il ministro non ha agito per il potenziamento di questo ufficio da conferire ad uno dei più illustri giudici antimafia dei tempi moderni? Se l’intento di Bonafede fosse stato l’attribuzione di quell’incarico, non avrebbe certamente proposto anche il DAP a Di Matteo, ed alla richiesta di “garanzie” avrebbe in ogni caso agito per potenziare l’organo prima di conferire l’incarico. E quindi arriviamo alla domanda incriminante: c’è stato inquinamento della scelta a seguito delle dichiarazioni dei boss? Questo non possiamo escluderlo ma neppure confermarlo aprioristicamente, noi che non abbiamo gli strumenti d’indagine né le conoscenze sulle dinamiche della permeazione mafiosa negli apparati burocratici (nodo affrontato in maniera drammatica da tutta la giurisprudenza dell’antimafia).

Possiamo però valutare un fatto: il ministero ha dato delle direttive che hanno portato ai domiciliari 376 tra boss mafiosi e narcotrafficanti, soggetti cioè a gravissimo “rischio latitanza” e con una incredibile pericolosità sociale specifica e diffusa. Un provvedimento ministeriale con la gravissima e titanica conseguenza di un atto del genere, che ha visto in rivolta finanche le Procure della Repubblica, non sarebbe stato preso probabilmente se al ministero agli affari penitenziali ci fosse stato un giudice in prima linea nella lotta alle criminalità organizzate. Per tutti questi fatti ed anche per le conseguenze scaturite dalle dichiarazioni di Di Matteo, occorre che il ministro Bonafede riferisca ufficialmente in Parlamento e che un problema politico di questa portata venga affrontato seriamente, scevro da logiche di appartenenza partitica e fuori dalla dinamica classica del gioco delle parti di maggioranza e opposizione. Bisogna cioè valutare l’opportunità di tenere come ministro della Repubblica un soggetto che è stato ferocemente criticato dai tecnici e dagli operatori del diritto e che, ora, è “epurato” da un “puro” più puro di lui.

Mattia Giuseppe Maria Carrammusa

 

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