lunedì, 10 Maggio, 2021

Scrive Mattia Carramusa:
Una stagione di scompaginamento della politica

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Carissimo direttore Del Bue,

stiamo vivendo una stagione di scompaginamento totale della politica. I “vecchi schemi” di prima e seconda repubblica sono assolutamente saltati e, politicamente, sembra di essere in zona Cesarini, in cui la squadra che deve recuperare butta dalla finestra i piani di gioco e si lancia in attacco alla disperata ricerca del gol. Oggi, ma non solo oggi, quella squadra è la politica. Parafrasando Rino Formica in una intervista di un paio d’anni fa, ancora non facciamo i conti col fatto che ormai la funzione dei partiti è mutata irrimediabilmente, e con essa lo è la struttura della politica, il modo di fare politica e il ruolo dell’ideologia.

No, non strutturerò questa “lettera al direttore” sulla necessità di prendere coscienza del fatto che viviamo in una società liquida post-ideologica: sono troppo ancorato al pensiero turatiano per fuggire l’ideologia. Ma, esattamente come Turati, tengo fede a due perni: la pragmaticità dell’ideologia socialista e la sua posizione di alternativa non incompatibile. Mi spiego meglio: Turati scrisse all’amico Achille Loira – due lustri prima del glorioso agosto 1892 – che “il socialismo è tendenza e moto più che sistema, essenzialmente pratico, storico e graduale. […] Il socialismo non è un sistema chiuso e prefisso, ma semplicemente un grande indirizzo movente da intuizioni e osservazione inconcusse, suscettivo di ampliamenti e adattamenti continui alle esigenze dell’ambiente storico – e questa indeterminatezza o piuttosto virtualità che gli avversari gli rimproverano è appunto la sua forza e la sua garanzia”. Aveva poco più di vent’anni quando scrisse queste parole e riassunse in poche righe quello che è il socialismo.

Il socialismo non nasce come con Marx, e malgrado Marx sopravvive. Il socialismo non è scienza: il socialismo è una lotta laica per il raggiungimento di libertà e giustizia sociale, per dirla col nostro compagno Pertini. Perciò esso è alternativo al liberalismo e si pone imprescindibilmente in contrasto al sistema capitalistico che è, non dimentichiamolo, un costrutto che garantisce forse la libertà di pochi, ma che annienta la giustizia sociale e azzera la libertà. Il capitalismo è il nuovo “ancien regime”: è ormai antistorico e ha dimostrato, con questa crisi pandemica globale, tutti i suoi limiti. Ma proprio in questo periodo di crisi, questo sistema capitalistico cerca di consolidarsi e salvaguardarsi, nascondendo dietro le garanzie per l’oggi un restringimento delle garanzie di giustizia sociale per il domani.

Andando poi nello specifico al profilo italiano, che l’Italia non sia uno stato capitalista tout court e che non esista il libero mercato è il segreto di Pulcinella. L’Italia è un paese che da un secolo a questa parte – se non di più – ha un sistema socioeconomico di tipo corporativo/neocorporativo e fortemente consociativo: i corpi intermedi cioè non sono spontanei ma sono ormai istituzionalizzati e agiscono a tutela dei propri egoistici interessi esercitando una pressione diretta sulle istituzioni e indiretta sulla società. Persino i sindacati, sempre citando Formica nel 2019 dalle colonne del Manifesto, agiscono da corporazione: vanno da chiunque consenta loro di ottenere un vantaggio politico-istituzionale e legislativo. È completamente saltato il banco, ed è necessario oggi più che mai uno studio e una proposta che miri al superamento di questo sistema dannoso. Non tuttavia in danno al tessuto sociale composto da lavoratori, disoccupati, pmi, artigiani e popolo delle partite Iva – tra cui moltissime nuove professionalità che l’ordinamento e i contratti collettivi già non tutelano sufficientemente.

Un’offerta volta al superamento di questo sistema è necessaria e non può non pervenire dai socialisti. Ma questo può essere vero a patto di non snaturare il socialismo in sé, di non abbandonare il “vessillo” socialista a forze che socialiste non sono e a patto di recuperare credibilità superando le ambiguità che ancora oggi ci portiamo dietro. La corsa al centro che emerge dalle colonne di molti quotidiani e dalle battute di molti giornali online, mi sia concesso, è una forma di ambiguità: non recuperiamo e facciamo nostri, cioè, i temi storici tipici del socialismo, ma sembra quasi che la linea politica sia quella per cui Parigi val bene una messa.

Se siamo socialisti non siamo liberali. E benché noi siamo laici e compatibili, sotto alcuni profili, con le forze laiche progressiste, abbiamo anche il dovere di essere alternativa. Alternativa, beninteso, che non sia orbitale o sottomessa a taluno o talaltro, ma che sia credibile, concreta e concretamente percorribile. Per farlo, a parer mio, è opportuno superare non tanto le differenze strutturali sul piano dell’argomentazione e della ragionevolezza dell’offerta politica derivante dalla nostra natura, quanto più le differenze personalistiche. Chiunque sia di buonsenso sa che Craxi non era Lucifero e Berlinguer non era l’arcangelo Michele ma erano, reciprocamente e contestualmente, uomini politici con una determinata caratura politica che hanno svolto ed esaurito la loro funzione politica nel loro tempo storico. E se persino Terracini ebbe a dire nell’83 che nel 21 Turati aveva ragione, allora è opportuno forse valutare l’opzione per cui il passato è non da dimenticare o riscrivere, ma da tenere negli almanacchi.

Nel 1998 con D’Alema ci fu la possibilità di un nuovo progetto politico che fu, successivamente, affossato. Da lì in poi i socialisti hanno avuto sempre meno voce e hanno continuato sempre più a dividersi. Dopo l’uscita dal parlamento nel 2008, abbiamo avviato il progetto “Sinistra e Libertà”, poi sfilandoci perché non c’era l’intenzione di un serio radicamento territoriale. Nel 2013 e nel 2018 siamo rientrati in parlamento con l’accordo col PD, riuscendo a eleggere all’ultima tornata solo un deputato (Fausto Longo) e un senatore (Riccardo Nencini). Proprio dal discorso di Nencini alla fiducia del Conte I in Senato dobbiamo ripartire: un discorso serio e autocritico interno alla sinistra – perché, ricordiamolo, noi siamo la sinistra – per ritrovare gli equilibri, dialogare e porre in essere una progettualità seria per il nostro paese che sia di piena alternativa.

Superare i personalismi e la diatriba “cinico-stoica” tra craxiani e berlingueriani è il primo passo concreto per infrangere questa parete di ghiaccio artico. Noi siamo Socialisti. E pur riconoscendo i meriti politici del gigante Craxi, non possiamo rimanere ancorati alla politica degli anni ottanta come vedovi in lutto innanzi alla tomba. I turiferari di Craxi sono ingiustificabili, nel 2020, esattamente come i turiferari di Berlinguer presenti in altre forze. Si tratta di due storie di narrazioni e interpretazioni diverse della realtà storico-politica degli anni 70-80, ma non possiamo permetterci a distanza di trenta e quarant’anni dalla fine di quelle stagioni di continuare a dividerci come contrade senesi o borgate fiorentine.

La questione morale è stata una bolla di sapone, la questione dell’egemonia culturale una barzelletta, l’eurocomunismo una forma di socialdemocrazia filoamericana non dichiarata, il compromesso storico è stata l’anticipazione del Partito Democratico. Queste cose le sanno e le ammettono nelle sedi politiche anche le forze che non rifuggono queste forme di retorica a livello mediatico. E non lo sa solo chi non vuol saperlo.

Tornando al focus principale di questa mia, possono i socialisti oggi proporre un’alternativa al capitalismo globalista sul piano internazionale e allo pseudo-capitalismo, che è in realtà un neocorporativismo, in Italia? Badi bene, direttore: non dico che i socialisti non siano anti-capitalisti – sarebbe voler negare la natura stessa persino del socialismo turatiano che noi propugniamo e da cui discendiamo – ma che è opportuna la creazione di una rete che guardi alla cosiddetta sinistra del PD, ponendosi come alternativa a chi propugna una politica diversa dalla nostra dal punto di vista naturale ideologico, ma senza porre in essere barriere preconcette. Questo perché, quand’anche sia corretto sostenere che alcune forze liberali non sbaglino nell’analisi della realtà storica e politica, non possiamo sostenere con la stessa serenità che sia pacifica la sintesi che queste forze propongono. Per lo meno, non nell’ottica di una politica che voglia coniugare contestualmente libertà e giustizia sociale.

Siamo noi socialisti? Vogliamo coniugare libertà e giustizia sociale, e cioè proporre un’alternativa al sistema neocorporativo e pseudo-capitalista? Vogliamo – o per lo meno possiamo – riappropriarci dei nostri temi, dei nostri argomenti, delle nostre battaglie politiche? Persino Nenni, che diede prima vita al frontismo e poi al centrosinistra, e Craxi, che riportò i socialisti ad avere una dignità politica-istituzionale in uno dei periodi più bui della prima repubblica, parlavano di lotta al capitalismo e al sistema corporativo e consociativo. Per far ciò oggi è indispensabile la corsa al centro? Per quale motivo non possiamo guardare alla sinistra non comunista? Perché dobbiamo porci pregiudizialmente contro e dare ad altri alibi per non dialogare con noi? Se siamo socialisti possiamo cercare di non morire liberali? Turati morì esule, non liberale e non democristiano. Matteotti morì socialista. Pertini, Lombardi, Nenni, Basso morirono socialisti. Se dobbiamo guardare ai grandi esempi, cerchiamo di imparare qualcosa da loro.

Dopotutto, se tra di noi c’è chi ancora oggi guarda alla nostra storia e a chi abbiamo avuto, sa bene che non essere marxisti non significa andar dietro a chi parteggia per industrie e grandi capitali.

 

Mattia Carramusa

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