domenica, 1 Agosto, 2021

Scrive Paolo Sartori:
Tempi nuovi

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Il libro di Riccardo Nencini, Solo, è prezioso perchè contiene la scoperta di verità scomode
riguardo vicende di un secolo fa di nuovo utili nel riemergere del populismo in Italia, oltre un
insegnamento etico e morale proprio di quando il sacrificio della vita in nome di una fede
diventa martirio. Forse il suo termine greco, che significa testimonianza, è il più adatto a
spiegare la figura di Matteotti: denuncia ad un Parlamento incredulo le violenze dei fascisti
nella “bassa padana”, un’area territoriale che unisce le mondine di Molinella ai braccianti del
ferrarese, di Romagna e del Polesine, vittime di un blocco reazionario che va dagli agrari ad
uno Stato controllato da un Re rachitico nel fisico e nella mente che si fa complice di
Mussolini e di quella marcia su Roma che senza il ritiro dello stato d’assedio sarebbe stata
cancellata in poche ore. Iniziò, nella “bassa” padana il terrorismo declinato come gestione del
potere e intolleranza verso idee diverse che durerà anche dopo la Liberazione nell’emergere di
una guerra qui non tanto “fredda” come testimonia il sacrificio del sindacalista cattolico Fanin
nel bolognese: la mia famiglia è stata antifascista prima del 25 Aprile 1945, quando pare lo
siano diventati tutti gli italiani, in ogni caso sono vicino a tutti coloro che hanno pagato con la
vita, il carcere e l’esilio l’opporsi al fascismo. Tanti ma purtroppo “soli” o meglio, divisi.
Repubblicani contro il clero ed i Massimalisti, Riformisti contro Massimalisti e Comunisti,
Anarchici contro tutti. Bombacci, quello che come ha ricordato Riccardo profetizzava l’arrivo
della Rivoluzione nel 1919 è ricordato in una canzone fascista che diceva “me ne frego, me ne
frego di morire, me ne frego di Bombacci e del Sol dell’Avvenire” finirà giustiziato dal CLNAI a
Dongo, esempio di un trasformismo che in Italia ha radici antiche. Ma c’era anche qualche
ponte, fra tanti steccati, per esempio fra Riformisti e Popolari sulla Cogestione, cosa ricordata
da Luigi Einaudi sul Corriere della Sera 101 anni fa o il Patto di Fratellanza alla base dello
Statuto delle società operaie di mutuo soccorso che compie 150 anni da cui poi nacquero, oltre
le Leghe sindacali e le cooperative, il PSI nel 1892 ed il PRI tre anni dopo. Di “fratellanza” oggi
ne parla “solo” papa Francesco, è un dovere dei laici e della Sinistra riscoprire questa parola.
Vent’anni prima che lo dicesse Berlinguer c’era qui nel PCI anche chi aveva capito la natura
dell’URSS e che il Socialismo imposto con i carri armati era semplicemente una dittatura in
nome di un capitalismo di Stato. Ancor meglio, come in Corea, un regime che è l’espressione
moderna di una monarchia assoluta. Senza qui ricordare cosa diceva Metternich di Giuseppe
Mazzini, una sua frase ci illumina sul potere, che risiede per diritto eterno nel popolo. Solo
risiede. Ma allora cosa appartiene al popolo? Il Diritto di scelta, perché dove non c’è scelta
non c’è neppure libertà, né ha senso la democrazia. Ma l’iniziativa del 22 Maggio ha detto
anche altro, gettando le basi di una convergenza riformista di cui sento un gran bisogno.
Fino al Febbraio scorso era dominante la denuncia, come modo di fare politica, espresso in
forma efficace dai “rottamatori”, comunque alternativi al populismo di Salvini e dei 5Stelle.

 

Con l’arrivo di Draghi, diventa sempre più necessario definire una guida dove sia dominante la
“proposta”, di mettere qualcosa di meglio al posto di ciò che è stato tolto o che manca: un
compito difficile che richiede l’uso di competenze,imemoria storica, di uno spirito di servizio
verso la comunità, cioè un modo diverso di fare politica. Le parole di Lepore, presente alla
manifestazione, vanno in questa direzione, ma devono tradursi in fatti concreti. Per questo le
proposte di ritornare allo spirito di confronto aperto e costruttivo dell’Ulivo è la via da seguire
senza indugi, rifacendo di Bologna un laboratorio avanzato del Riformismo italiano.

Paolo Sartori

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