martedì, 18 Maggio, 2021

Scrive Vincenzo Pirillo:
Unità d’Italia, io non festeggio

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L’Italia unita è cosa buona, l’unità d’Italia, no! almeno per come è stata fatta. Era giusto e necessario compattare politicamente quello che era già unito geograficamente e, guardando ai fasti di Roma imperiale, storicamente, ma il metodo utilizzato va messo in discussione, criticato, contestato e culturalmente revisionato. Ripeto, l’Italia unita andava fatta, se non altro per mettersi al pari con i nuovi scenari geopolitici europei e mondiali. A tal proposito giova ricordare che il danno per il meridione e per la nascente Italia unita venne dalla svista di Re Ferdinando II di Borbone che, nella prima metà del 1800, rifiutò la possibilità di unire l’Italia in quanto, nei suoi progetti, il centro del mondo era e sarebbe stato Napoli, purtroppo la sua morte improvvisa cambiò del tutto i piani. Aggiungiamo i malumori in seno alla Corona d’Inghilterra, che ormai da tempo non nascondeva più il grande interesse per la Sicilia che, con Malta, avrebbe assicurato definitivamente il controllo del mediterraneo. Sommiamo le scelte politicamente forti di Re Ferdinando II, che nella prima guerra carlista del 1834 rifiutò di schierarsi come indicato dal Regno Unito e, successivamente, nel 1855 si chiamò fuori dalla guerra di Crimea, nella quale, invece, Cavour si schierò a fianco di Francia e Inghilterra, contro la Russia. Ed ecco qua, i giochi sono fatti, la condanna emessa senza processo, i Borbone dovevano sparire, cosi, morto Ferdinando II, inizio l’assalto al Regno delle Due Sicilie e quella che divenne e resta la questione meridionale. Evito di dilungarmi sui dettagli politici, quello che importa, soprattutto oggi con questa pandemia, è offrire all’Italia la possibilità di diventare veramente un Paese unito, democratico, coeso e consapevole, proprio come ha detto oggi il Presidente Mattarella <<L’Italia, colpita duramente dall’emergenza sanitaria, ha dimostrato ancora una volta spirito di democrazia, di unità e di coesione. Nel distanziamento imposto dalle misure di contenimento della pandemia ci siamo ritrovati più vicini e consapevoli di appartenere a una comunità capace di risollevarsi dalle avversità e di rinnovarsi>> in occasione del 160° anniversario dell’Unità d’Italia.
Per far questo però, dobbiamo maturare nuova consapevolezza, insistere sul revisionismo storico, liberandolo da polemiche e faziosità; lo Stato deve diffondere le verità storiche accertate e documentate, presentando scuse, non solo formali, per quanto di terribile è stato fatto a danno degli italiani del sud da parte degli italiani del nord; d’altronde il processo è già iniziato ed è irreversibile, come hanno attestato il 14 agosto 2011 le parole di Giuliano Amato, che nella sua veste ufficiale di Presidente del comitato per l’anniversario per i 150 anni dell’Unità d’Italia, chiese scusa a nome dell’Italia intera al comune di Pontelandolfo, città simbolo dei massacri del risorgimento (perdonerete la minuscola), presentendo un messaggio dell’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Sono passati già dieci anni ma ancora c’è molto da fare oggi come allora gli interessi economici riescono a sopraffare i sentimenti di fraternità tra i popoli; se nel 1861 furono saccheggiate le casse del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia, oggi la mala unità è caratterizzata dalla gestione dei soldi del Recovery Fund, ben 222 miliardi di euro, di cui 144 per nuovi interventi, ma la quota arriva a 310 miliardi, considerando anche la programmazione di bilancio per il quinquennio 2021-2026, praticamente più del piano Marshall, ed in tutto questo siamo costretti ancora a vedere che il Governo lascia praticamente fuori dal piano di distribuzione le regioni del centro sud. Questa la vogliamo davvero chiamare Unità d’Italia? Un Paese civile deve portare avanti tutti allo stesso modo, anzi, deve pensare ed aiutare i più deboli. Finché le cose non cambieranno mi viene da dire: auguri a voi, io non festeggio!

 

Vincenzo Pirillo
Presidente del Circolo Culturale “Saragat – Matteotti” Roma

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