domenica, 17 Ottobre, 2021

Se la verità diventa scomoda. Letture di genere da Leopardi a Montale

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Franco Buffoni ha scritto un libro scomodo, un libro che ha già suscitato, a due settimane dalla sua commercializzazione (è uscito il 5 del mese corrente), polemiche che vanno oltre la giusta vis e sfociano troppo spesso in acredine. Basterebbe questo per rendere “Silvia è un anagramma”, come gli altri suoi scritti in prosa edito da Marcos y Marcos, un testo necessario su cui discutere e da cui partire per una seria riflessione sugli studi di genere, poco esplorati in Italia ma degni di corsi accademici sia nel mondo anglosassone sia in quello francofono. (Per rimanere in territorio italiano si pensi ai lavori di Eleonora Pinzuti, e di Luca Baldoni). Sì, perché è per tale motivo che l’ultima fatica del poeta sta attirando su di sé numerose e accampate critiche. Ancora, ahinoi, scrivere un saggio sulle teorie di genere e applicarlo al genio di Leopardi financo al Pascoli e mettere in discussione l’eteronormalità di Montale può risultare un atto blasfemo; per fortuna nostra Buffoni si dimostra ancora una volta essere uno spirito libero, laico, che difende da sempre la verità della coscienza contro il silenzio e l’inazione, che mantengono lo status quo di una società avviluppata in una visione fallocentrica, per dirla alla Bourdieu.

Il libro è uscito nei giorni in cui la proposta di Alessandro Zan contro l’omobitransfobia è approdata alle Camere. Per chi scrive anche questa futura legge (si spera) sembra un compromesso all’italiana, però sicuramente sopperisce, colma e tutela; dunque una legge indispensabile a garanzia di tutti senza distinzione di genere od orientamento sessuale. Una legge che attendiamo da vent’anni almeno e che i socialisti sostengono con convinzione; ricordo che in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia il PSI ha colorato il garofano d’arcobaleno con la scritta “AMORE È LIBERTÀ” come slogan e pubblicato un promemoria, a firma di Gabriella D’Angelo, su ciò che ancora si deve fare, sull’importanza dell’informazione e della conoscenza. Il PSI sostiene la proposta Zan e rilancia proponendo la formazione dei dipendenti pubblici, la promozione di attività formative presso i sindacati di aziende pubbliche e private, la formazione degli insegnanti e dei dirigenti scolastici e in primis la formazione come elemento essenziale all’interno delle famiglie.
Ma torniamo al testo in questione: “Silvia” è un libro composito e spurio perché non è un vero e proprio saggio, ma nemmeno un libro di finzione: è l’uno e l’altro e qualcosa di più. Sempre dalle pagine dell’Avanti anni fa definii la prosa di Buffoni docufiction e “Silvia” tanto più ne è la riprova. Buffoni è capace di passare dalla dissertazione di stampo anglosassone al divertissement e alla prosa delle croniques di ascendenza lombarda (per taluni aspetti il rimando è ad Arbasino e al côté milanese, soprattutto nella sezione dedicata a Montale) con un rigore filologico e un apparato bibliografico corposo, a scanso di possibili attacchi; indaga e sviscera, propone e analizza il dato biografico degli autori convinto assertore, come Francesco Orlando, che per talune figure sia imprescindibile e corretto conoscere “le pulsioni del cuore” per approdare infine a una puntuale e inattaccabile critica letteraria. Può piacere o meno, ma è a tutti gli effetti un approccio metodologico solido.
Nel cappello introduttivo, Variante naturale, introduce il fattore “O” ovvero l’orientamento sessuale come uno degli elementi precipui per un critico al fine di comprendere l’opera di uno scrittore. Per avere un quadro complessivo e assimilare appieno la poetica di un autore si deve aggiungere ai ferri dei mestieri la piena conoscenza della vita dello stesso, poiché il mascheramento cela in sé chiavi di interpretazioni altre e plurime. Buffoni ci avverte che la scelta di trattare personalità come Leopardi, Pascoli, Montale e non Penna, Palazzeschi, Pasolini (anche se si fa riferimento alla ricezione da parte degli intellettuali della sua omosessualità come fattore scatenante la morte) è determinata dal fatto che per questi ultimi non si è mai messa in discussione la loro condizione esistenziale. Insomma Buffoni cerca di scardinare il pensiero del “neutro accademico eterosessuale” che nemmeno formula la possibilità di annoverare il fattore “O” per apportare nuovi contributi alla storia letteraria, perché di questo si tratta: di gettare nuova luce sugli studi accademici e di riverbero dare ai giovani liceali una visione differente della letteratura più aderente alla realtà. Un’anomalia italiana se si pensa che nessuno oggi all’estero metterebbe in discussione l’onestà intellettuale di ricerche di genere su Whitman, Byron… In tale modo Buffoni risponde implicitamente e a priori alla maggiore tra le critiche: “è davvero così importante al fine di comprendere l’opera sapere della vita sessuale di un autore?” Ovviamente la risposta è positiva, tanto più quando il celare il sentimento modifica e carica il verso di piani interpretativi differenti.
Esemplare è l’errore ministeriale di una maturità di una decina di anni fa: si scelse un componimento montaliano identificando il destinatario dell’opera con una donna e strutturando la consegna a tal riguardo. Dovette intervenire Maria Luisa Spaziani a sconfessare il Ministero affermando che quella poesia era stata scritta per un giovane ballerino.
Cambia totalmente lo sguardo se si è consci che le donne amate da Montale non sono altro che un riverbero della tecnica medievale del doppio senhal, se nel gioco del verosimile e della finzione l’autore compie consapevolmente talvolta, inconsciamente per lo più, una rimozione coatta del proprio vissuto. Non può dunque destare scandalo se Fanny è a tutti gli effetti una donna schermo e Aspasia non è altri che il futuro senatore del Regno Antonio Ranieri, all’epoca giovane mantenuto che alimentava le speranze di un innamorato e perduto Leopardi. Cambia la nostra visione e l’interpretazione se siamo consapevoli che l’esclusione, l’autoesclusione, presente nel “Passero solitario”, è data dal tormento del Contino “per la sua natura di “recchió” in un contesto altamente omofobico.”
E questa è anche la prima e più importante motivazione per cui Silvia è un anagramma; le altre due sono testuali: Silvia circolarmente è anagramma di salivi con cui si chiude la prima strofa dell’idillio pisano-recanatese. Inoltre vi è un dato anagrafico importante visto che la vera Silvia si chiamava Teresa, la sfortunata figlia del cocchiere di casa Leopardi. E anche se Buffoni non lo dice, perché criticamente risaputo, Silvia è un omaggio letterario, un’imitatio che rimanda alla ninfa protagonista dell’Aminta del Tasso. Un ulteriore gioco degli specchi visto che alla corte ferrarese i ruoli femminili erano ricoperti da giovani e spensierati fanciulli. Tout se tient, come direbbero i francesi.
E allora come ci suggerisce la splendida copertina del libro, leggete l’ultima fatica di Franco Buffoni anche e soprattutto “per giustizia biografica”.

Andrea Breda Minello

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