domenica, 19 Settembre, 2021

Shanghai, liste di proscrizione e niente università per LGBT

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Shanghai, una delle più importanti e popolose città della Cina, continua ad essere sulle prime pagine dei giornali per quelli che succede nelle sue università, tutte sotto il rigido controllo del regime comunista. Poco tempo fa aveva fatto scalpore che Futan, uno dei più vecchi e famosi Atenei avesse deciso di aprire un campus a Budapest, con un Orban pronto a favorire l’investimento cinese che faceva parte del piano di espansione economica e culturale di Pechino in Europa. Solo la ferma opposizione del Sindaco della capitale magiara Gergely Karacsony aveva convinto il Premier a rimandare l’avvio dei lavori di realizzazione a dopo un referendum che avrebbe sondato il parere dei cittadini preoccupati per un insediamento che avrebbe minato la tradizioni e le radici culturali ungheresi. Un’altra università di Shanghai, in questi giorni, ha fatto parlare di sé in seguito a una sua azione contro i diritti civili. È successo che l’ateneo abbia considerato l’orientamento sessuale una discriminante per poter accedere ai suoi corsi universitari. Infatti l’università ha svolto un’indagine sugli studenti che fanno parte della comunità LGBT, sulle loro condizioni psicologiche, sulle loro convinzioni politiche e sui loro contatti sociali. Una vera e propria lista di proscrizione che quindi configura un chiaro attacco ai diritti civili. E considerata la totale dipendenza di queste istituti di studio e di cultura dalle direttive del regime di Xi Jimping, la cosa più probabile è che gli indirizzi siano venuti proprio dal Ministro della pubblica sicurezza Zhao Kezhi. Lo stesso Kezhi aveva disposto la chiusura e l’oscuramento degli account dei social media dei movimenti omosessuali dell’università di Shangai. La motivazione di questa disposizione è stata, secondo il Governo di Pechino, la presenza di molti reclami in merito a quanto diffuso in contrasto con una corretta informazione pubblica. Un giro di vita ,quello di Zhao Kezhi, che contrasta con la depenalizzazione dell’omosessualità avvenuta nel 1997 e dalla successiva cancellazione dalle malattie mentali fatta dalla Società cinese di psichiatria. Ma evidentemente il regime di Xi Jimping ha ripensato alla questione e ha optato per un atteggiamento di netta chiusura reprimendo regolarmente i luoghi fisici di incontro tra queste persone. Una questione che è diventata politica e che mostra, ancora una volta, l’aspetto illiberale del Governo cinese, anche se in molte realtà, continuano ad esistere bar e ritrovi frequentati dai gay. E di questa azione contro i diritti civili se ne è avuto l’avvisaglia un anno fa quando è stata annunciata la chiusura dello Shanghai Pride, l’unica grande manifestazione dell’orgoglio gay. L’omosessualità, che ai tempi della Cina Imperiale non creava problemi, ora diventa una questione da affrontare in modo repressivo. Con il regime comunista di Xi Jimping le minoranze sessuali vengono penalizzate e represse come del resto dimostra quello che sta accadendo nell’università di Shangai anche se le autorità cinesi minimizzano negando qualsiasi azione discriminatoria.

 

Alessandro Perelli

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