venerdì, 14 Maggio, 2021

Siria, a dieci anni dall’inizio del conflitto

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Dieci anni fa, il 15 marzo 2011, iniziava il conflitto in Siria. Un rapporto diffuso recentemente dall’International Rescue Committee (Irc) denuncia l’effetto “catastrofico” dei combattimenti che hanno colpito le strutture sanitarie del Paese.
Ospedali e cliniche sono stato prese di mira e distrutte nelle diverse città del Paese; circa il 70% del personale sanitario è fuggito all’estero, lasciando così un solo medico ogni 10 mila civili, e quasi il 60% dei civili interpellati dall’Irc e dalle organizzazioni partner siriane ha detto di essere stato direttamente coinvolto in un attacco a strutture sanitarie o a personale medico nel corso degli ultimi 10 anni.

Nel rapporto, riportato da Al Jazeera, si legge: “Un paese che una volta produceva internamente il 90 per cento dei farmaci necessari ora deve affrontare carenze catastrofiche”.
L’Ong Physicians for Human Rights ha documentato 595 attacchi alle strutture sanitarie in Siria dal 2011. L’Irc ha detto di aver documentato negli ultimi due anni almeno 24 attacchi ai propri programmi nel Nord-Ovest della Siria.
Misty Buswell, il responsabile delle comunicazioni dell’Irc, dall’emittente araba, ha detto: “Il settore sanitario siriano è stato decimato. Sappiamo che nel Nord-Ovest della Siria, ad esempio, le Nazioni Unite hanno affermato che il 50 per cento delle strutture sanitarie non funziona più. Nella provincia Nord-Occidentale di Idlib, controllata dall’opposizione al governo di Damasco, la situazione è oggi particolarmente grave per la violenta pandemia di Covid-19 in corso. Un medico che lavora in un ospedale di Idlib per la Syrian American Medical Society (Sams) ha detto di lavorare tra le 60 e le 84 ore settimanali. Una delle maggiori sfide che dobbiamo affrontare è lavorare in una struttura medica che potrebbe essere presa di mira in qualsiasi momento da attacchi aerei. Sono stato testimone di diversi attacchi, sia su centri sanitari che su ospedali in diverse aree, e io mi trovavo all’interno di queste strutture in quel momento. Attacchi che nel corso degli anni hanno devastato il sistema sanitario, ormai in grande difficoltà nel rispondere alle crescenti necessità di 12 milioni di persone bisognose di assistenza sanitaria. Una situazione aggravata dalla mancanza di medicinali e dall’assenza dei rifornimenti”.

Nel rapporto si sottolinea, infatti, come l’assistenza sanitaria sia ulteriormente paralizzata dalla ripetuta rimozione di forniture mediche dai convogli di aiuti da parte delle parti coinvolte nel conflitto, così come dalla chiusura di tre dei quattro valichi di frontiera con i vicini Giordania, Iraq e Turchia.
Sabato scorso alle ore 18 in diretta streaming, sulla pagina di facebook della rivista, a Internazionale a Ferraral, il festival del settimanale, è stata ospite Zaina Erhaim, giornalista siriana e femminista, che, in un’intervista all’Agi, ha detto: “Quando penso a tutto il trauma e il dolore che ho dovuto vivere a causa della guerra, credo che solo le azioni che ho compiuto mi hanno fatto sentire che ne è valsa la pena”.
Zaina Erhaim ha insegnato a centinaia di donne a raccontare il conflitto, aiutandole nella loro condizione e che ogni giorno continua a informare sul suo Paese anche attraverso il suo account Twitter @zainaerhaim.
Nel 2013, è tornata in Siria per aiutare a documentare la rivolta in corso, spiegando: “In realtà non ho mai programmato di lasciare la Siria: nel 2010 ho ottenuto una borsa di studio in giornalismo a Londra, la mia intenzione era di andare e tornare. Mentre cominciava la rivolta e alcuni dei miei amici più cari venivano arrestati, ho trovato un lavoro con la BBC. Ma dopo un anno, mentre i ribelli detenevano la Siria settentrionale, ho deciso di tornare non appena sono stata in grado che potessi sostenere mia madre, sfollata in Turchia. Tornare indietro non è stata una decisione difficile da prendere, rimanerci lo è stato”.
In precedenti interviste, Zaina ha detto che quello che succede in Siria non è una guerra civile. Infatti, secondo la giornalista siriana: “Prima dell’intervento russo e dell’ISIS, era una chiara guerra alle persone, non tra le persone. Se ci sono milizie che vengono organizzate, armate e spinte a combattere persone appartenenti ad una setta diversa, non può essere una guerra civile. Ci sono stati sicuramente molti incidenti settari in tutta la Siria, in cui le vittime di ogni parte hanno perso la ragione e con essa tutto quello in cui credevano, incluso il desiderio di avere vendetta. Le voci moderate sono le prime ad essere oppresse, e questo ha spinto il confronto verso la violenza ed estremismo. E  con gli incidenti di Capitol Hill abbiamo visto cosa possono fare il populismo e le politiche di annunci personali provocatori anche nei Paesi più democratici come gli Stati Uniti. Non è mia intenzione fare un vero confronto, perché i membri di QAnon non sono stati bombardati con barili esplosivi mentre dormivano, i loro figli non sono stati soffocati con armi chimiche e sicuramente non sanno cosa significhi essere uccisi sotto tortura nella prigione del governo per aver osato rivendicare i tuoi diritti umani fondamentali. A mio parere personale, e non sono un’esperta in termini legali, abbiamo vissuto nel 2011 una rivolta che il regime ha trasformato in una guerra. Infine ha smesso anche di essere una guerra interna e si è trasformata in una ovvia ‘guerra per procura’. Adesso eserciti stranieri, jihadisti e forze aeree di altri Paesi sembrano comandare in Siria e i siriani non sono nemmeno invitati ai colloqui sul loro futuro”.
Erhaim ha spiegato perché in questi anni ha formato centinaia di citizen journalist sul campo, quasi tutte donne: “Ero l’unica giornalista professionista nelle aree tenute dai ribelli, quindi mi sono sentita in dovere di trasferire la conoscenza e l’esperienza che ho acquisito lavorando alla BBC. Quando ero in Siria, mi sono resa conto che ai miei corsi di giornalismo non partecipavano donne perché allora non potevano lavorare in pubblico. Così ho invitato le donne interessate a diventare citizen journalists ad alcuni corsi di formazione e sono rimasta sorpresa che si presentassero per lo più casalinghe. Dato che i corsi di formazione erano molto pratici e prevedevano la produzione di un servizio, ho continuato a essere la loro mentore e ho facilitato la pubblicazione dei loro pezzi. Il successo è stato che alcune delle donne che ho formato hanno deciso di passare la formazione ad altre donne. Quando possibile le ho aiutate a connettersi con organi di stampa in cerca di giornalisti in Siria. Quando radio Fresh è stata fondata a Edlib, contava più di 35 giornaliste donne che lavoravano, tutte formate da me e dalle prime giornaliste che ho formato. E tutte sono diventate capofamiglia e vivevano di giornalismo. Se io non fossi stata una donna, vivendo dall’interno le situazioni e con il background che ho, questo non sarebbe successo, poiché queste donne non erano neanche in grado di viaggiare nei Paesi vicini per essere formate. Quando penso a tutto il trauma e il dolore che ho dovuto vivere a causa della guerra, credo che solo queste azioni che ho compiuto mi hanno fatto sentire che ne è valsa la pena”.

Sulla concezione delle donne in Siria, Zaina ha detto: “Come femminista vedo sicuramente gli effetti della società patriarcale in cui viviamo, specialmente durante la guerra in cui il sessismo e l’estremismo colpivano maggiormente le donne. Le loro storie sono state messe da parte o raccontate in un modo tradizionale di stereotipi, riferendosi a loro esclusivamente come la grande madre dell’eroe, la sorella di un detenuto e così via, donne che hanno infranto tali tabù, ruoli di genere, hanno parlato o sfidato i ruoli patriarcali erano raramente presenti, per non parlare delle difficoltà extra che devono affrontare per quello che sono”.
La giornalista siriana sulle atrocità della guerra ha detto: “In qualità di sostenitrice della libertà di espressione e di siriana cresciuta nel regime comunista, credo che non dovrebbero esserci confini per coprire la guerra, ma soltanto le norme etiche e un profondo rispetto autentico dei diritti umani. Molte storie non sono state raccontate da una parte o dall’altra temendo che avrebbero danneggiato la parte in cui si trovano. Per me, e soprattutto in questo momento, vedo che per ottenere una qualsiasi possibilità di pace o riconciliazione dovremmo tutti smetterla di farlo. Io ho iniziato scrivendo le testimonianze che entrambe le parti non approvano, perché sfidano la dimensione a due della guerra (buono contro cattivo), e cercano di allontanarsi dai grandi slogan, avvicinandosi di più alle vite umane delle persone”.
Zaina, ha spiegato i limiti dei media occidentali nel narrare i fatti dei conflitti siriani: “Le narrazioni tradizionali hanno sicuramente aiutato a stereotipare noi siriani e a trasformarci in una mostruosa ondata di rifugiati che insidia i confini dell’Ue. Ma se e come abbiano influenzato i siriani rimasti nel Paese non lo so. Milioni di siriani difficilmente accedono a Internet, non parlano altre lingue, quindi i media che li hanno influenzati, immagino, saranno stati i canali televisivi arabi e non quelli internazionali”.
Sulle prospettive per il popolo siriano, la giornalista ha detto: “Non ho il diritto di parlare delle prospettive del popolo siriano, quello che so è che noi, come tutti gli altri, vogliamo giustizia da tutti coloro che hanno commesso crimini, da ogni parte. Questo sicuramente sarà un enorme passo verso la pace. Vogliamo tornare a vivere con dignità, per godere dei nostri diritti fondamentali nelle nostre case, costruendo una vita sicura per i nostri figli, senza paura, in una terra libera a cui apparteniamo”.
Dalle pagine di questo giornale abbiamo sempre sostenuto che per fermare l’esodo biblico dei migranti, bisogna rimuovere le cause dovute alle tragedie umane esistenti nei Paesi di origine. La dichiarazione della giornalista Zaina Erhaim conferma la nostra convinzione e la necessità di risolvere questi problemi al più presto possibile nel rispetto di quei diritti umani sanciti dalle Nazioni Unite.

Salvatore Rondello

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