domenica, 28 Novembre, 2021

Stato militare in Myanmar, continuano le repressioni

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Iniziano tutti con motivazioni dello stesso tipo e con promesse dello stesso genere poi in realtà si radicalizzano e divengono vere e proprie dittature. Anche il colpo di Stato militare in Myanmar sta ripetendo gli stessi schemi che hanno contraddistinto in varie parti del mondo la distruzione delle istituzioni democratiche e la perdita della libertà. Il primo febbraio del 2021 il generale Min Aung Hlaing, per salvare il suo Paese dal caos (questa la scusante ufficiale), aveva con una Giunta militare estromesso il Governò della National League for Democracy, del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, regolarmente eletto e fatto arrestare lei e i dirigenti del partito, assicurando che lo stato di emergenza sarebbe stato provvisorio e nel giro di poco tempo sarebbero stati ripristinati i diritti democratici. Oggi, a distanza di più di dieci mesi quello che doveva essere un Esecutivo militare provvisorio è stato prorogato fino al 2023 mentre in Myanmar continuano le repressioni degli avversari politici e le carceri sono piene di attivisti democratici e di cittadini colpevoli solo di non condividere la perdita delle fondamentali libertà e diritti civili. Ormai più di diecimila sono detenuti nella prigione di Insein, alla periferia della città di Yangon, la più grande dell’ex Birmania. Qui era imprigionato anche il caporedattore di Frontier Myanmar, un giornale indipendente. Cittadino americano e autore di reportage letti in tutto il Sud Est asiatico, è stato, nei giorni scorsi processato con l’accusa di incitamento alla ribellione e contatti non esponenti dei movimenti che si oppongono alla Giunta militare e condannato a 11 anni di carcere (rischiava l’ergastolo). Una sentenza durissima che ha colpito il primo giornalista “straniero”anche se oggi è stato scarcerato e espulso dal Paese dopo che il regime ha provveduto a fare piazza pulita di tutti gli operatori dell’informazione ritenuti scomodi con la loro eliminazione fisica o chiudendoli nelle galere. Un ulteriore testimonianza della ferocia con la quale si sta muovendo Min Aung Hlaing. Ma il regime militare sembra godere di sonni tranquilli anche perché, dopo le prime proteste internazionali per quanto avvenuto, non vi è stata una grande mobilitazione da parte di Stati Uniti, probabilmente ancora scossi dal ritirò dall’Afghanistan, e da parte dell’Unione Europea che pur, quando governava Aung San Suu Kyi erano intervenuti a difesa dell’etnia musulmana dei rohingya, da sempre oggetto di persecuzioni. E questo disinteresse non può che favorire i disegni dei militari che comunque non hanno ancora il controllo totale del territorio. Sacche di resistenza democratica dimostrano che nonostante l’utilizzo della artiglieria pesante e dei bombardamenti dell’aviazione che hanno colpito anche chiese cattoliche, avventiste e battiste l’esercito non è riuscito ancora a sconfiggere coloro che continuiano a battersi per il ripristino della democrazia. Ma non pare lontana la vittoria finale da parte di Min Aung Hlaing e la “normalizzazione” del Paese. Con la Cina di Xi Jimping che osserva interessata lo sviluppo della situazione, e si guarda bene dal prendere posizione contro la Giunta militare enormemente interessata alla posizione strategica del Myanmar nell’ Indo Pacifico.

 

Alessandro Perelli

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