lunedì, 6 Dicembre, 2021

Stefania Pozzi, torna in scena dal vivo. La prima nazionale

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Prima nazionale

Urbisaglia (Mc) – Spente le luci, si sente una voce che recita i versi del poemetto “Elena” (1970)  di Ghiannis Ritsos  da cui è stato tratto lo spettacolo di Stefania Pozzi, andato in scena, lo scorso 15 luglio, al teatro antico di Urbisaglia. L’attrice, accompagnata dal musicista Daniele D’Angelo, ha salutato il pubblico per l’apertura della stagione estiva del teatro antico nelle Marche. La regia di Andrea Chiodi ha restituito, attraverso la drammaturgia, la tragicità della condizione di Elena, senza alterare la storia narrata dal poeta greco.

Scenografia
Pochi oggetti sulla scena che creano profondità: tre porte, un microfono, un pianoforte, una chitarra acustica, libri, vino e bicchieri, scarpe col tacco alto e una sciarpa colorata. Sono gli abiti di Elena che raccontano al pubblico la sua “miseria” perché la solitudine che sente dentro di sé è così forte da renderla disperata.

Elena di Sparta

Nell’ “Iliade” viene descritta Elena come traditrice della casa e del marito e della patria. Per Omero è vittima di un fatto divino, ossia Afrodite doveva andare in sposa all’uomo più bello del mondo perché la dea aveva vinto il pomo dorato. Nel terzo libro dell’“Iliade”, Paride si scontra per la prima volta con Menelao; il combattimento, però, non avvenne perché il principe di Troia fu aiutato da Afrodite a scappare, avvolgendolo in una nebbia fitta e poi facendolo ritrovare nel talamo nuziale.
Elena non vuole ritornare nel letto di Paride – non trova in Paride l’uomo valoroso che ha visto nel marito -, ma deve cedere alla volontà di Afrodite che continua a tenere in pugno la situazione.
Elena si muove nella sala di un bar, ostentando la sua femminilità perché non accetta di essere caduta in disgrazia. Perché il ruolo di protagonista spettava in passato” …naturalmente a Elena. Sulla sua nascita si raccontano le storie più fantastiche: c’è chi dice che sia sbucata da un uovo d’argento che, caduto dalla luna nel mare, venne sospinto a riva dai pesci e infine dischiuso dalle colombe; altri invece sostengono che sia figlia di Zeus” (così per Luciano De Crescenzo). Oggi, invece, Elena è figlia del suo tempo, della modernità e del progresso che l’ha resa sola. Il sangue versato per lo scoppio della guerra di Troia, che ha macchiato la terra, scorre ancora, ma nei suoi ricordi.
La storia di Elena è stata alimentata da qualche colpo di scena: la drammaturgia è stata sviluppata tenendo conto del testo di Ritsos, di passi di Seferis, di Euripide e, soprattutto, dell’ “Iliade” di Omero che sono stati letti dall’attrice. E va fatto un cenno nello specifico a
Euripide che “[…] raccoglie una singolare variazione sul mito di Elena, narrandone il soggiorno in Egitto, durante la guerra di Troia, mentre la Elena che ha seguito Paride non sarebbe una falsa immagine della donna. Finta la guerra, Menelao fa naufragare e finisce anch’egli in Egitto, dove riconoscerà la vera Elena, e la strapperà al feroce re Teoclimene ”(così per Luigi Lunari).


La recitazione

Il testo di Ghiannis Ritsos fa un balzo in avanti di più di duemila anni; tuttavia, l’interpretazione della Pozzi non fa perdere allo spettatore il senso del tempo e della storia del componimento omerico oppure delle discussioni sull’origine del mito di Elena. L’attrice è riuscita a fare emergere la contrapposizione tra la natura brutale dell’uomo e la passione travolgente che non si assopisce se non con l’alcol. Il dolore, la disperazione, la rinuncia hanno riempito il volto dell’attrice che è riuscita a catalizzare l’attenzione degli spettatori grazie alla forza della parola che ha scandito i suoi gesti. La stessa intensità che possiamo ricordare nel personaggio di Cassandra (in “Cassandra o il Tempio divorato”) che l’attrice ha portato in scena nel 2018 a Fano (Pu). In quell’occasione, la Pozzi aveva curato la drammaturgia e sperimentato un nuovo linguaggio espressivo incentrato sulla gestualità, sullo studio degli oggetti e del corpo sul palcoscenico.
Non troviamo in questa rappresentazione l’eroismo dell’ “Iliade”, ma Elena ricorda il duello tra Paride e Menelao, mentre stava camminando sulle mura di Troia rapita dai profumi dei fiori; udiva flebilmente il rumore delle armi pronte alla vendetta per la conquista del suo amore.
Lo spettacolo è stato molto interessante e avrebbe meritato un pubblico più numeroso, nonostante gli spettatori abbiano applaudito a lungo l’attrice, richiamandola più di una volta sulla scena. Le misure per il contenimento del Covid19 hanno cambiato il rapporto con lo spettacolo; prima della pandemia il teatro era gremito di persone. Stefania Pozzi che ritorna in scena è solo l’inizio della ripresa delle attività dal vivo.

Elena: una vedette
L’adattamento scenico ha reso il personaggio di Elena una donna molto vicina al nostro tempo. È una vedette invecchiata, che non si stanca dei night club. Non smette di fumare e di ubriacarsi perché sono le uniche consolazioni che le rimangono davanti al tempo che scorre inesorabile. Il pianoforte in un angolo della sua casa, abiti e scarpe lasciate qua e là nella sua camera e un paio di bicchieri appoggiati vicino a dei libri ingialliti sono i simboli del degrado sociale in cui la donna è caduta ormai da diversi anni. Intorno a lei, c’è il vuoto; è una donna rimasta sola perché non è più l’Elena del passato.

Le vertigini della musica

Gli strumenti musicali seguono la paura della diva e le sue ossessioni sono esternate e amplificate dal suono della chitarra acustica o del pianoforte di Daniele D’Angelo.
La star non balla più sulle note di qualche pezzo famoso, ma si muove barcollando sul palco, stordita e sempre più impaurita per quello che potrebbe accadere il giorno dopo. È rinchiusa nei ricordi e nelle descrizioni che tanti autori della letteratura hanno fatto di lei. In platea, qualcuno le batte le mani: i lunghi capelli bianchi, qualche fermezza ricoperta di strass colorati e l’abito lungo nero – molto elegante – seducono ancora gli spettatori. Elena è sensuale e fa colpo sul pubblico, ma lei non si accorge di essere ancora bella. Così si rifugia nell’alcol senza fermarsi fino al tracollo.
La musica accentua questa fase finale in cui Elena parla più lentamente, mentre si sente nel sottofondo il suono della chitarra.

Il tono fantastico
Tutta la conduzione della vicenda ha un curioso tono favolistico e ironico che rende la storia di Elena stranamente moderna: compaiono i meccanismi dell’equivoco e dell’ironia che trasformano le battute in una tragedia oppure in comicità.

Andrea Carnevali

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