lunedì, 6 Dicembre, 2021

Storiografia a porte girevoli

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L’Italietta e la farsa della grandi illusioni (Gentiloni), la criminalizzazione del dissenso (D’Alessandro), le radici di una sconfitta imperiale (Del Pero ) e le carte di un declino in corso (Amato e Graziosi)

La storiografia italiana ha strani oscillamenti, vere e proprie scosse telluriche. Un saggio tematico, dedicato alla storia del Tribunale speciale del fascismo (1926-1943), Giustizia fascista, edito da il Mulino, battezza come storico di razza il giovane Leonardo P. D’Alessandro.

Non si è lasciato imprigionare dentro il sudario istituzionale dell’amministrazione mussoliniana della giustizia, per quanto importante essa sia. Grazie all’analisi ravvicinata delle sue funzioni (il contenimento dell’opposizione antifascista), nelle mani di D’Alessandro è diventata lo specchio in cui si riflette il ritratto di un intero ceto professionale, quello dei magistrati. Ad essere efficacemente dipanata è, dunque, la storia del ruolo avuto da loro. E consente alla ricerca di D’Alessandro di non ridursi alla visitazione in un segmento corporativo.

Il regime fascista fece di tutto, infatti, per politicizzare ogni atto e comportamento della società civile.Sono le ambizioni degli stati totalitari.

La scelta di criminalizzare il dissenso ha dato al Tribunale speciale per la difesa dello Stato una valenza che ha inciso profondamente sulla politica e sull’organizzazione sociale del paese.

Lo leggo questo saggio di D’Alessandro contemporaneamente al profilo della Storia dell’Italia repubblicana (1946-2019), di un accademico, Umberto Gentiloni Silveri, anch’esso edito da il Mulino.

L’impressione è di ascoltare un cicaleccio da bar romano a voce alta. Invece che della querelle sull’uso, in padella, del guanciale o della pancetta nella preparazione dell’amatriciana, qui si scambiano opinioni sulle cronache quotidiane dell’edizione locale de la Repubblica, cioè le polemiche tra i politici, i riti delle lotte tra i partiti. Tra un aperitivo e l’altro, la storia nazionale di circa mezzo secolo viene sorseggiata identificandola nelle coalizioni a variazioni ridotte o differite in cui rappresentanze della destra o della sinistra compongono il mosaico della vita del paese.

Far credere che dal 1943 ad oggi siamo stati posti sotto tutela prima da De Gasperi e Togliatti, poi da Berlinguer e Craxi fino all’attuale comico Grillo e Nicola Zingaretti (un leader sempre-perdente) significa che lo storico si è presa la licenza di non capire, anzi di divertire.

Non si è accorto che è stato messo a punto un sistema sanitario nazionale (magari con i micidiali buchi rilevati dalla pandemia in corso), c’ è stata la globalizzazione, e come un cancro è cresciuto nel corpo del paese un sistema di dissipazione delle risorse pubbliche some quello delle Regioni.

E’ la dimostrazione di come narrare circa settanta anni di storia non consenta di affrancarsi da un metodo di descrizione dove la mancanza di ancoraggi culturali solidi determina scivolamenti e cadute, anzi veri e propri capitomboli.

E’ successo anche nella storiografia sugli Stati Uniti quando la guerra del Vietnam, cioè la storia di una sconfitta ad opera di un’ex colonia francese in Asia,ha avuto riflessi notevoli e drammatici nella politica e nella società statunitense. A rendersene conto in Italia (nel volume Libertà e Impero. Gli Stati Uniti e il mondo, 1776-2008, Laterza 2008) è stato un ragazzotto della provincia trentina, Mario Del Pero. Non è di nobili lombi e lignaggi, ma insegna storia delle relazioni internazionali (oltrechè specificamente degli Usa) nella università francese, a Parigi, presso l’Institut d’études politiques.

Attraverso l’esperienza di quella bruciante sconfitta, maturata nelle risaie e nei fanghi della penisola vietnamita, Del Pero ha saputo costruire un saggio di grande respiro.

Come mai? Non è una domanda da fare ad uno storico che conosca il proprio mestiere come dimostra anche il giovane D’Alessandro.

Del Pero ha saputo declinare, andando alle radici dell’intera storia americana, i sobbalzi e i veri e propri scossoni nei valori della libertà (messe in pericolo apertamente da Trump) e delle suggestioni imperiali del grande paese dell’Atlantico.

Gentiloni Sideri non c’è riuscito. Ha una diversa statura.Non ha capito che il tono della storiografia da grande paese o potenza non siaddice ad un paese in declino come l’Italia. Non si può fare la storia dell’Italietta qual’è diventato il nostro paese ricorrendo alla tiritera di un lessico che di volta in volta, momento storico per momento storico, evoca riepetutamente la possibilità di alternative, trasformazioni e cambiamenti, come se, appunto, fosse, un grande paese. E’ la perorazione di un miracolo, di una filiera evolutiva che alberga nei sogni del caldo ostello del nobilissimo autore.

Forse la responsabilità è nella stessa casa editrice. E’ molto bizzarro che questo testo di Gentiloni Silveri, dalla fattura assai tradizionale e risaputa, venga offerto ai propri lettori da chi appena nel 2013, in un volume assai innovativo e urticante di Giuliano Amato e Andrea Graziosi, aveva accettato che l’Italia venisse crocifissa alla sua realtà. Si intitolava, infatti, Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia.

Vorrei invitare i lettori ad andare a comprarlo. Con appena 16 Euro (risparmiandone 11 rispetto al costo di quello di Gentiloni) potranno rendersi conto di come e quando l’Italia abbia imboccato la deriva del declino.

Dopo il 1945, con la fine della guerra e la metabolizzazione (non in chiave storiografica) della sconfitta, la rettorica della patria si venne esaurendo nel carattere tutto malthusiano (e in fondo autarchico) delle sue grandiose ambizioni extra nazional-popolari.

Era cominciato un ridimensionamento che arriva fino alla sostituzione dei grandi partiti di massa con il branco populista di un comico come Beppe Grillo.

In realtà in questa prospettiva che degrada c’è quanto la sindrome politicistica di Gentiloni Silveri non riesce a percepire, cioè un ciclo di 30-40 anni di senescenza e calo demografico Si dilata all’estremo il servizio sanitario e siamo forse l’unico paese che vive l’immigrazione non come una linfa sostitutiva delle nascite mancate (cioè una risorsa), ma crocianamente come una nuova invasione degli Hiksos. L’Italietta ha avuto finalmenteuna storico degna del suo nome.

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