domenica, 26 Settembre, 2021

Strage di Bologna 41 anni dopo, la verità nascosta

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Dalla Strage di Bologna (1980) che ricorre oggi 2 Agosto, sono trascorsi 41 anni e di fatto non c’è ancora la certezza della mano e degli esecutori che fu dietro quella tragedia. I faldoni dell’inchiesta ingialliti dal tempo e sempre più voluminosi contengono i nomi di Licio Gelli, l’ex maestro venerabile della P2, del suo braccio destro Umberto Ortolani, passando per l’ex potente prefetto a capo dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, Federico Umberto D’Amato, fino al direttore del Borghese, Mario Tedeschi. C’è anche il quinto uomo della strage, Paolo Bellini di Avanguardia Nazionale, che avrebbe agito in concorso con gli ex Nar già condannati per la carneficina: Francesca Mambro, Giusva Fioravanti (ergastolo), Luigi Ciavardini (30 anni, tutti e tre definitivi) e Gilberto Cavallini (ergastolo, primo grado). Ma, al di la delle responsabilità accertate, manca ancora il mandante politico di quell’attentato come ha ricordato oggi lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha dichiarato: “Quarantuno anni fa la città di Bologna e con essa la Repubblica vennero colpite al cuore con un attentato dinamitardo che causò la morte di donne e uomini inermi, bambini innocenti. L’impegno di uomini dello Stato sostenuti dall’Associazione dei familiari delle vittime ha messo in luce la matrice neofascista della bomba esplosa. Non tutte le ombre sono state dissipate e forte è ancora l’impegno di ricerca di una completa verità”.
Il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, alla cerimonia per l’anniversario della strage, nel cortile del Palazzo d’Accursio, alle autorità presenti ed ai parenti delle vittime ha spiegato: “Il governo è qui presente per testimoniare la sua vicinanza e per testimoniare il bisogno di ascoltare ancora, di ascoltare le vostre voci, il vostro lavoro e le vostre testimonianze per non disperdere quel silenzio indelebile della memoria di chi ha patito gli effetti di quella strage. La scelta di esserci nonostante i lavori parlamentari frenetici che pure avrebbero richiesto la mia presenza in Parlamento e dove li raggiungerò appena sarà conclusa questa importante giornata, la scelta di essere qui oggi accanto a ciascuno di voi, alle autorità e ai familiari delle vittime, non solo a titolo personale, ma in rappresentanza di tutto il governo, è per testimoniare il bisogno di ascoltare ancora, di ascoltare le vostre voci, il vostro lavoro e le vostre testimonianze per non disperdere quel silenzio indelebile della memoria di chi ha patito gli effetti di quella strage, le vittime, i familiari, la città di Bologna, nella consapevolezza che le schegge di quella bomba ci hanno colpiti tutti. Il governo è qui presente per testimoniare la sua vicinanza e per dire una parola che quasi in punta di piedi renda rispettosamente e umilmente omaggio alle 85 vittime e 200 feriti e i familiari che il 2 agosto di 41 anni fa hanno visto le loro esistenze spezzate e travolte da una deflagrazione di violenza vile e insensata”.
Erano le 10:25 quando, ancora una volta, un orologio scandiva una carneficina. Precedentemente, era successo il 12 dicembre 1969 alle 16:37 in piazza Fontana a Milano,  il 28 maggio 1974 alle ore 10:12 in piazza della Loggia a Brescia ed ancora all’1:23 del 4 agosto 1974 a San Benedetto Val di Sambro, alle porte di Bologna, quando scoppiò un ordigno sul treno Italicus.
Quarantuno anni fa, a provocare l’eccidio nella stazione era stata una valigia sistemata nella sala d’aspetto: 23 chilogrammi di esplosivo che provocarono 85 morti e oltre 200 feriti, molti dei quali sepolti sotto le macerie dell’ala ovest della stazione crollata. L’onda d’urto aveva investito anche il treno fermo sul primo binario demolendo la pensilina.
Per estrarre le persone si scavò con le mani e per trasportare i feriti negli ospedali della città si usò ogni mezzo, taxi, auto private e persino autobus. L’autobus 37 e l’orologio del primo binario fermo alle 10:25 divennero simbolo di quella che l’allora presidente Sandro Pertini definì “l’impresa più criminale mai avvenuta in Italia”. A quarant’anni di distanza, nuove indagini della procura di Bologna hanno ricostruito il quadro di quella strage: c’entravano gruppi terroristici neofascisti, settori deviati dello Stato e la loggia massonica P2 di Licio Gelli.
Due giorni prima di quel 2 agosto, la procura di Bologna aveva rinviato a giudizio gli imputati dell’attentato all’Italicus, fra cui Mario Tuti del Fronte Nazionale Rivoluzionario.
In Italia si respirava ancora il clima della ‘Guerra Fredda’. I gruppi neofascisti e le Brigate Rosse alimentavano il terrorismo. Molte verità sono rimaste nascoste. Finora sono stati trovati i responsabili materiali degli attentati, ma i mandanti e lo scopo delle stragi restano ancora avvolti nel mistero.

 

Salvatore Rondello

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