domenica, 19 Settembre, 2021

Strategic Forum, tante attese risultati zero

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Attese tante, risultati zero. È questo, in poche parole, quanto accaduto nella sedicesima edizione dello Strategic Forum, il principale meeting dell’Europa centrale e sudorientale svoltisi a Bled, in Slovenia, dal 31 agosto al 2 settembre. Doveva essere un momento di condivisione della società attuale volto ad affrontare le tematiche legate alle minacce e alle sfide del presente e del futuro , concentrandosi sul ruolo dell’Unione Europea. Ma doveva anche fornire alcune risposte soprattutto su due temi di stretta attualità: l’allargamento ai Paesi dei Balcani occidentali e le risposte alla tragedia dell’Afghanistan. Il Presidente del Consiglio Europeo e Premier della Slovenia Janez Jansa aveva organizzato nei minimi particolari il meeting che doveva costituire una promozione della sua immagine un po’ affievolita dai contrasti registrati in precedenza dalle questioni sul tappeto. Ma a parte il ringraziamento ricevuto in apertura da Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e per la sicurezza, a parte l’impegno, abbastanza scontato, di un’azione comune per favorire il rilancio del turismo nell’emergenza derivata dalla pandemia da coronavirus, non si è potuto che registrare la permanenza di forti divisioni sui temi principali in discussione. E così per le nuove adesioni degli Stati dei Balcani occidentali non si è uscito dal solito cliché: Bosnia lontanissima con pochi passi avanti per rispondere positivamente alle richieste di Bruxelles sui criteri richiesti e per la divisioni interne che fanno temere la rottura degli accordi di Dayton; Serbia bloccata dal problema del riconoscimento del Kosovo; Albania e Macedonia del Nord, a un passo dall’adesione ma con l’ostacolo del veto bulgaro su Skopje che rallenta anche Tirana. E quindi il generale auspicio di arrivare al più presto all’ allargamento dell’Unione Europea, rimane solo una dichiarazione di principio smentita dai fatti. Non parliamo poi delle risposte alla tragedia dell’Afghanistan. Qui di sono sprecate le dichiarazioni di solidarietà e di volontà di aiutare il popolo afgano finito, con il ritiro nei soldati americani, sotto il dominio islamista dei talebani. Ma oltre a questo, di concreto nulla. E non mi riferisco solo alla questione della necessità di costituire un esercito europeo che possa fare fronte a questioni come queste senza nascondersi dietro l’intervento di singoli Stati con le cosiddette missioni di pace. Quando si è trattato di affrontare il problema dell’accoglienza dei profughi si sono toccate con mano la spaccatura e le profonde divisioni. A una Albania, che per bocca del suo Premier Rama si è dichiarata disponibile ad accogliere i migranti in fuga dalle persecuzioni talebane hanno subito risposto negativamente i Paesi dell’accordo di Visegrad, Ungheria in testa ma che hanno trovato l’appoggio nella stessa Slovenia ribadendo di non voler ripetere l’errore del 2015 quando di aprirono i corridoi della cosiddetta rotta balcanica provocando l’arrivo in Europa di migliaia di clandestini tuttora concentrati in Bosnia Erzegovina. La previsione è che l’Unione Europea non riuscirà a fornire una risposta unitaria in tema di solidarietà, in un periodo tra l’altro vicino, per la Germania e per la Francia a importanti scadenze elettorali che notoriamente frenano le decisioni su un tema come questo. E del fallimento del meeting di Bled se ne è reso interprete il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli che ha parlato di occasione mancata e di risposte deludenti.

 

Alessandro Perelli

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