domenica, 1 Agosto, 2021

Tasse record, in Italia sono arrivate al 43,3%

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TasseTroppe tasse in Italia non è solo un modo di dire, ma una realtà certificata dalla Banca d’Italia che col suo bollettino periodico ci informa che la pressione è arrivata al 43,3% del PIL. Nella serie storica della pressione fiscale siamo di fronte ad un vero balzo in avanti che negli ultimi tre anni ha fatto salire la pressione fiscale dal 41,6% del 2010-2011 al 43,3% attuale.

E pensare che nel 2005 era appena sotto la soglia del 40%, al 39,1% del PIL. Il 2013 rappresenta un record assoluto e per il secondo anno si supera anche il livello che venne raggiunto con l’‘eurotassa’ nel 1997. Allora era in carica il Governo Prodi I che il 30 dicembre 1996, approvò un decreto di fine anno che implicava una manovra tributaria di 4 300 miliardi di lire, necessari per ridurre il disavanzo dello Stato dello 0,6% e consentire ai conti pubblici italiani il rispetto dei parametri di Maastricht e di conseguenza permettere l’ingresso dell’Italia nell’area euro. Quei soldi vennero successivamente, ma solo in parte (il 60%), restituiti due anni dopo.

L’Italia, nella classifica europea del fisco più vorace, è stata sorpassata dalla Finlandia (al 44%) scendendo dal terzo al quarto posto, ma restando di 2,1 punti percentuali sopra la media europea.

Ex equo con l’Italia al 43,3%, l’Austria che prima era al 42,4%. In testa la Francia, con il 47,6%, seguita dal Belgio con il 47,2%. Prima assoluta la Danimarca, dove il peso di tasse e contributi è al 48,8%.

Da segnalare secondo i dati del ministero dell’economia (MEF) che sono in crescita di 81 milioni le entrate da gioco con un +0,8% mentre è andato ancora meglio il settore delle entrate tributarie derivanti dall’attività di accertamento e controllo, che risulta in crescita del 15,8% (+921 milioni di euro). Questi aumenti compensano, in parte, la caduta delle entrate derivanti dai redditi che soffrono invece la perdurante crisi dell’economia. L’IVA, aumentata, porta nella casse quasi due miliardi in più (1,93 mld) mentre nell’insieme il totale degli introiti del Fisco scende ‘solo’ di 0,3 punti percentuali.

Su questo panorama si inseriscono le notizie che giungono dall’andamento dei mercati con il livello dello spread che in giornata è sceso sotto i 120 punti e del petrolio che ha visto il barile, qualità Brent, arrivare sotto i 69 dollari. La caduta dello spread determina una minor spesa per il servizio dell’enorme debito che lo Stato paga agli investitori in titoli pubblici mentre la discesa del prezzo del petrolio si traduce in un minor costo della produzione delle merci (e dei carburanti per l’autotrazione) che dà un po’ di fiato all’economia. Però c’è chi si preoccupa della caduta dei prezzi. “Se si hanno variazioni dei prezzi così basse o negative, le conseguenze possono essere gravissime per le economie con un debito pubblico molto alto, come l’Italia”, ha detto il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che preferirebbe evidentemente un’inflazione alta.

In questo caso però a pagare il prezzo sarebbero soprattutto lavoratori a reddito fisso e pensionati, sulle cui spalle ricascherebbe il peso del ‘risanamento’ del debito operato attraverso un taglio nominale del suo valore. L’inflazione, per questo, è la tassa più antipopolare che esiste, ma non tutti sembrano ricordarlo.

Armando Marchio

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