giovedì, 24 Giugno, 2021

Terrorismo, che fare? Per un approccio bipartisan

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Lo spettro del terrorismo di matrice islamica infesta l’Europa. Siamo tutti sgomenti e addolorati, stringiamoci attorno alle vittime innocenti di questa violenza cieca e assassina che ha insanguinato la Francia e l’Austria. In circostanze estreme, le armi della critica devono lasciare il posto alla critica delle armi. Il tratto distintivo dello Stato moderno, il suo essere monopolista legittimo dell’uso della forza, va esercitato nei limiti della Costituzione. È tuttavia in corso una guerra asimmetrica e subdola, una guerra totale, di annientamento, contro la nostra civiltà. Come combatterla? Anzitutto, dobbiamo attrezzarci sui nuovi campi di battaglia. Energiche azioni preventive, ovvero interventi mirati che utilizzino in maniera massiccia e capillare l’intelligence, possono prevenire gli attacchi più seri e consentirci di arrestare in tempo gli attivisti dell’odio, i reclutatori di terroristi. Questo è il compito di chi ci governa. Mi pare che, in questi ultimi anni, i nostri governi, sia di destra che di sinistra, abbiano agito professionalmente per quanto riguarda questo tipo di prevenzione (numerose sono state le espulsioni dall’Italia di jihadisti conclamati).

Cosa possiamo fare invece noi, semplici cittadini? Oltre a manifestare la nostra solidarietà alle vittime del terrorismo, urliamo ai quattro venti – in piazza e sui social media – la nostra determinazione a difenderci con le unghie e con i denti. Sventoliamo i nostri vessilli identitari, i nostri simboli: questa è anche una culture war, e cioè una guerra immateriale, ideologica. Se galvanizziamo un fronte compatto, quello di noi cittadini che crediamo nello Stato laico e costituzionale di diritto, rafforzeremo la nostra identità liberaldemocratica. Il che non è poco.
Detto ciò, è inevitabile che in Paesi democratici vi siano opinioni diverse. In secoli di storia intellettuale noi occidentali abbiamo coltivato intelligenza e spirito critico. Non dobbiamo temere le discussioni franche: la forza della società aperta è, appunto, nel pluralismo, nella libertà di parola. Possiamo permetterci anche il lusso di essere autocritici, senza per questo abbassare la guardia. Poniamo, allora, alcune domande scomode. La repressione manu militari estirperà da sola la malapianta del terrorismo? E possiamo noi cittadini accontentarci di sventolare bandiere e vessilli identitari? Ne dubito: la soluzione militare, repressiva, e le manifestazioni di solidarietà sono condizioni necessarie ma non sufficienti.
Proviamo a ragionare pacatamente, anche se i ‘militanti virtuali e digitali’ su Facebook non vedono l’ora di scatenare l’ennesima polemica al vetriolo contro lo schieramento avverso. La politica è diventata al tempo stesso faziosa e fluida. Ci si aggredisce peggio che ai tempi della Guerra Fredda, eppure non è così scontato che esista una scuola di pensiero nettamente di destra, in opposizione a una ideologia di sinistra ‘pura’: c’è stata, negli anni, molta contaminazione reciproca. Alcune delle posizioni più intransigenti (e poco efficaci) sul tema della lotta al fanatismo religioso hanno una matrice illuministica, ciononostante hanno attecchito nell’humus della destra. D’altro canto, il rispetto per le tradizioni e le identità, che nasce storicamente nelle culture di stampo conservatore, è diventato a sua volta uno dei leitmotiv della sinistra postmarxista. Se Marx resuscitasse, gli verrebbe una gran confusione mentale: come mai la destra del ventunesimo secolo è talora più progressista della sinistra? E perché quest’ultima si attarda a difendere ciò che il rullo compressore della modernità dovrebbe spazzar via?
Fatto sta che questo rimescolamento di carte ha reso le intese bipartisan ancora più faticose. Come giungere, allora, a un approccio comune, trasversale, che ci consenta di uccidere la bestia immonda del terrorismo? Un punto di principio irrinunciabile: se vogliamo individuare una strategia efficace nella realtà concreta, tarpiamo le ali agli estremisti di casa nostra, senza distinzione alcuna fra sinistrorsi o destrorsi.

 

Già il solo rifuggire da semplificazioni ed isterismi avvicinerebbe le persone ragionevoli e di buona volontà, pur appartenenti a fazioni contrapposte. Gli estremisti (al pari dei populisti) hanno un grave difetto: ignorano allegramente la scienza e le spiegazioni complesse. E gli errori più gravi nascono proprio dall’ignoranza: se non comprendiamo il fenomeno terrorismo sine ira ac studio, se preferiamo abbandonarci a invettive, a sfoghi biliosi o alla demonizzazione dell’islam in quanto tale, non troveremo mai la chiave politica giusta.

L’approccio bipartisan richiede umiltà: smettiamola di pensare che la mente bacata è sempre quella del nostro avversario: costui o costei potrebbe aver preso in prestito da noi le sue idee, terapeutiche o tossiche che siano. Ammettiamolo, una buona volta: è errata la convinzione secondo cui la tolleranza sia il gene dominante di tutte le anime della sinistra, in primis quella illuministica e liberale. Sì, la destra xenofoba e populista ha un debole per le soluzioni semplicistiche che fanno il paio con politiche intolleranti: legge e ordine è un fortunato slogan destrorso, che si vorrebbe applicato soprattutto al barbone senzatetto e all’immigrato clandestino di fede islamica. Nella fattispecie: c’è chi urla ‘sbarriamo di nuovo i porti, così il problema del terrorismo è risolto alla radice’. Nulla di più falso, a prescindere da ciò che pensiamo sul tema dell’immigrazione: in questo modo ai terroristi peggiori non gli facciamo neanche un baffo. I più sanguinari attentati degli ultimi anni sono stati compiuti da persone cresciute fra noi o che si sono recate sul luogo dell’attentato sedute comodamente in aereo (gli infami attentatori dell’11 settembre non sono arrivati negli USA su delle barchette di fortuna…). Detto ciò, c’è anche una destra illuminata: penso a Umberto Croppi, ex pupillo di Giorgio Almirante, la cui prefazione all’ottimo libro di Jocelyne Cesari, Musulmani in Occidente, è densa di osservazioni acute e stimolanti, lontane anni luce dagli stereotipi anti islamici che vanno per la maggiore.

E poi la sinistra cui noi apparteniamo con orgoglio è davvero esente dal pensiero schematico che banalizza problemi complessi e vuole soluzioni spicce? Non direi: fra la gente che esibisce impeccabili credenziali laiche e liberaleggianti ce n’è un bel po’ che vorrebbe una chiamata alle armi anti islamica. Il modello mitizzato è quello della battaglia di Lepanto, che nel 1571 fermò l’avanzata turca. Non c’è nulla di più sacrosanto di una bella crociata laica contro i nuovi barbari che ci assediano per islamizzarci – come l’illuminata Oriana Fallaci aveva profetizzato a suo tempo, inascoltata e irrisa. Il problema però è individuarli, questi barbari: stiamo parlando per caso di un miliardo di musulmani, oppure solo dei ‘figli di Allah’ nati e cresciuti fra noi? Non si capisce, in quest’ultimo caso, cosa dovremmo fare con i nostri vicini di casa: buttarli a mare anche se sono miti e rispettosi delle leggi, perché potrebbero, chissà, radicalizzarsi fino a diventare jihadisti? Né è chiaro in cosa consisterebbe questa crociata laica, s’intende forse una guerra a tutto campo, militare, commerciale, politica e culturale contro tutti i Paesi musulmani? Oppure, chissà, basterebbe erigere muri lungo i confini dell’Europa civile, una sorta di linea Maginot – chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori…

Entrambe le tentazioni – indire una crociata laica o asserragliarci in una fortezza europea – nascono da un equivoco, la cui paternità politica è trasversale: i più strenui difensori dell’Occidente liberale, sia a destra che a sinistra, avvalorano (in buona fede, s’intende) ciò che sostengono i vari Bin Laden e Al Zarqawi, ovvero che l’Islam è, essenzialmente, una religione fanatica e violenta. La minaccia, così, è ingigantita a dismisura. Jihad, che ha anche il significato di lotta spirituale, vorrebbe dire soltanto guerra di sterminio, con spargimento di sangue, quello di noi infedeli – fine delle discussioni. È proprio un bel paradosso, questo. Non sarebbe più efficace, anziché dar ragione a quei criminali, contrastare, parola per parola, versetto per versetto, le loro abominevoli letture coraniche?
Non nego che vi siano spunti che incitano alla violenza nel Corano, certo che ve ne sono! Ne troveremo altrettanti, se non di più, nella Bibbia (Antico e Nuovo Testamento). Decenni di predicazione pacifista nelle nostre Chiese ci hanno abituato a concepire il cristianesimo come una religione dell’amore, del perdono, della mitezza. Dimentichiamo così che anche nei Vangeli vi sono espressioni violente, quelle che Monsignor Ravasi in un suo saggio illuminante chiama Le pietre di inciampo del Vangelo: estrapolate dal contesto, e manipolate a piacimento, quelle frasi possono essere utilizzate anche a fin di male, come è in effetti avvenuto per tanto tempo. Ecco i celebri versetti nel Vangelo di Matteo (10, 34): “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!” Nelle mani del populista di turno, queste parole potrebbero giustificare qualunque guerra. Meno male che, oggi, abbiamo figure come Ravasi che, interpretando in un’ottica modernista passi del genere, spengono sul nascere ogni favilla estremista. Cristiani e musulmani, del resto, hanno le loro radici nel giudaismo, religione tutt’altro che pacifica. Eppure quello stesso giudaismo ci ha insegnato che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e che dobbiamo amare il prossimo nostro come noi stessi! Quando parliamo delle religioni abramitiche, dunque, sforziamoci di cogliere le sfumature e il chiaroscuro: non tutto è in bianco o in nero.

Sarebbe giusto, per esempio, definire l’antisemitismo nazista un terrorismo di matrice cristiana. I nazisti, giunti al potere nella civilissima Germania, fecero ristampare il saggio antisemita di Martin Lutero Degli ebrei e delle loro menzogne, testo che molti pastori protestanti utilizzavano per rinfocolare l’odio verso gli ebrei. Un’altra analogia storica: i numerosi aderenti al Ku Klux Klan negli Stati Uniti, i quali si ritenevano cristiani tutti d’un pezzo, giustificavano l’apartheid e la violenza contro i neri sulla base di una lettura biblica a loro congeniale. Non è anche questa una interpretazione aberrante – cioè scientificamente e politicamente sbagliata – di un testo sacro? Cristiani e musulmani sono entrambi capaci di usare spregiudicatamente la parola di Dio piegandola a interessi politici ed economici. C’è voluto oltre un secolo – a decorrere dal 1865, anno in cui finì la Guerra Civile americana – per arrivare a una effettiva parità razziale. Un Presidente democratico, un cattolico progressista, J. F. Kennedy lanciò una grande campagna per i diritti civili: i neri, in molte realtà, erano ancora segregati. Centinaia di migliaia di cristiani si sentivano in perfetta pace con la loro coscienza; altrettanti insorsero contro l’apartheid. La comunità islamica mondiale, oggi, non è forse divisa allo stesso modo, con una netta prevalenza delle persone pacifiche e tolleranti?
Insisto su un punto: se vogliamo erigere un fronte della fermezza bipartisan dobbiamo sgombrare il campo dagli errori scientifici, che sono alla base di idee politiche distorte e negative. Il jihadismo violento nasce da una lettura meramente politica della religione musulmana, non già dal genuino interesse di cogliere la verità testuale. Il jihadismo violento, insomma, non è l’islam tout court. Consiglio la lettura di uno dei migliori saggi sull’argomento: Bassam Tibi, Il fondamentalismo religioso. Come già detto, nel Corano vi sono appigli per giustificare un certo tipo di guerra religiosa. È tuttavia certo che la Jihad, concetto spesso impropriamente tradotto come guerra santa, non può in nessun modo giustificare lo sterminio di innocenti mediante azioni terroristiche. Lo si può dimostrare facilmente utilizzando i criteri con cui Umberto Eco distingue fra le interpretazioni, più o meno legittime, di un testo e l’uso politico che se ne fa in determinate circostanze. Una volta compresa l’intenzione autentica dei testi islamici, si tratta di porla in relazione con le società musulmane nel loro evolversi. Sia l’analisi testuale che quella storica dimostrano la falsità della teoria per cui l’islam equivale a violenza cieca: per secoli ebrei e cristiani hanno vissuto in santa pace nei Paesi islamici. Come mai ciò è stato possibile, se il Corano comanda di sterminare gli infedeli? La conclusione è una sola: l’islam non è un blocco monolitico: altrimenti non si spiegherebbe l’esistenza di un islam moderato nonché di antichissime correnti religiose, quelle sufi, che sono pacifiste e misticheggianti.

 

Ben lo ha compreso il premier austriaco Sebastian Kurz, un conservatore intelligente: “dobbiamo essere consapevoli che non siamo davanti a uno scontro fra cristiani e musulmani o tra austriaci e migranti. No, questo è uno scontro fra i tanti che credono nella pace e quelli che vogliono la guerra. È una lotta tra civiltà e barbarie e noi combatteremo questa lotta con tutta la nostra determinazione.” Detto altrimenti: quella in corso non è una guerra di religione, se non altro perché manca la seconda religione disposta a sguainare la spada per conseguire l’egemonia planetaria. Il cristianesimo ha finalmente fatto i conti con la modernità – obtorto collo, dopo mille resistenze: le chiese cristiane, quale prima quale dopo, sono state costrette a prendere atto che la vittoria dei liberali, dei democratici, dei socialisti è irreversibile. Il trionfo della modernità ha fatto sì che viviamo in società aperte e secolari. Si tratta di una vittoria della ragione ‘pagana’, di cui i cristiani si appropriano ignorando gli oltre mille anni di integralismo religioso che hanno contraddistinto la cultura occidentale. Consiglio vivamente di leggere due saggi-capolavori del compianto Luciano Pellicani: Le radici pagane d’Europa e Dalla città sacra alla città secolare.
Un grande pensatore, Antonio Gramsci, era convinto che la modernità avrebbe lambito anche i Paesi islamici. Non si tratta di una profezia, bensì di una previsione che si basa su analisi rigorose, che hanno un imprinting marxista. Ciò sta già avvenendo: il terrorismo, per certi aspetti, è anche una reazione contro la potenza radioattiva della civiltà occidentale che si insinua in ogni angolo del globo. Spetta a noi far sì che le spore occidentali inneschino processi virtuosi. Se creiamo società armoniche, eque; se estirpiamo l’analfabetismo e la povertà; se la smettiamo di fomentare guerre e vendere armi; se avviamo un gigantesco piano Marshall per il Nord Africa e il Medioriente, allora sì che potremo creare le stesse condizioni che hanno favorito l’affermarsi delle democrazie liberali in Occidente.
Non lo si ripeterà mai abbastanza: le persone senzienti distinguono fra due livelli: quello della lettura religiosa, a fini morali, del Corano e degli Hadith (detti) del Profeta, lettura che ha naturalmente ricadute politiche, e il livello della manipolazione politica di quegli stessi testi. Non mi risulta una sola figura di spicco dell’Islam ufficiale che giustifichi il terrorismo di Al Qaida o dell’ISIS.

Negli islamisti radicali convivono la libido dominandi e il desiderio eversivo, nichilistico, millenarista che ha infervorato i rivoluzionari di ogni tempo: distruggere e sterminare per erigere una nuova civiltà. Quella in corso è una guerra contro la modernità occidentale, contro la nostra civiltà secolarizzata e libertaria, e non già contro il cristianesimo. L’hanno dichiarata gruppuscoli di fanatici, i quali godono di un certo consenso solo in alcune realtà problematiche. È assurdo che i laici (gli atei devoti…) indossino le corazze dei crociati per condurre una guerra totale in nome di una religione, il cristianesimo, in cui essi stessi non credono più e che non è più belligerante. Se non comprendiamo che il problema della violenza di matrice islamica è soprattutto politico e culturale – e solo marginalmente religioso –, avremo le armi – anche quelle vere – spuntate: saremo indotti a sparare nel mucchio, il che è precisamente ciò che individui abominevoli come Bin Laden vorrebbero che noi facessimo.

 

Edoardo Crisafulli

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