sabato, 24 Luglio, 2021

Togliatti e ‘i desiderata’ di Stalin

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Quando nel tardo pomeriggio del 27 marzo del 1944 Palmiro Togliatti scende dal mercantile inglese “Ascania”1 da poco attraccato a Molo Beverello, vede quello che migliaia di napoletani stanno osservando attoniti da giorni: una colonna di fumo densa, scura, seguita da sinistri scricchiolìi, si leva minacciosa dalla bocca del Vesuvio facendo ricadere per le strade e sui tetti delle case un soffice pulviscolo di cenere simile a una neve grigiastra, che ricopre ogni cosa.
E’ l’ultima eruzione che Napoli ricordi da secoli.
Il viaggio di ritorno da Mosca era stato lungo, più di diciassette giorni dalla partenza a seconda che si dati il 5 o il 6 marzo dello stesso mese. Molti giorni di voli in areo, trasferimenti in macchina e in nave, durante i quali ancora poco si sa chi abbia incontrato e cosa abbia fatto dopo essere passato prima per Baku, Teheran, Il Cairo e infine Algeri da cui si imbarcò per l’ultima tappa del viaggio verso Napoli.
Si è scritto che Togliatti abbia pianificato il suo ritorno in ogni particolare prima con Dimitrov, in funzione antimonarchica e antifascista. Il dittatore russo, infatti, durante un colloquio personale avuto con lui parla ben sapendo di destinare un alto funzionario comunista, anzi il vicesegretario del Comintern, in un’area di non influenza sovietica e pertanto suggerisce un approccio più moderato e una politica meno aggressiva per ovvie ragioni di opportunità, soprattutto per non irritare Churchill, grande sostenitore del Governo Badoglio, nonché “protettore” del vecchio re Vittorio Emanuele III. “Stalin suggerì, invece – come scrivono Aga-Rossi e Zaslavsky-, che il PCI abbandonasse per il momento la richiesta dell’abdicazione del re per entrare nel governo Badoglio. Il leader sovietico era favorevole a un approccio graduale, sottolineando tra l’altro che nell’immediato il controllo su forze e figure deboli compromesse poteva essere più facile e quindi più vantaggioso per i comunisti”. Del resto a Stalin interessava poco contrapporre i monarchici agli antifascisti, anzi una decisione del genere avrebbe indebolito il neonato governo italiano a tutto favore degli inglesi, i quali sognavano il Mediterraneo e i Balcani sotto il loro diretto controllo come lo stesso Churchill aveva preannunciato nel celebre discorso della “tazzina del caffè”. “Rovesciando la linea politica suggerita da Togliatti e da Dimitrov – ricordano ancora Aga-Rossi e Zaslavsky, citando il colloquio della notte tra il 3 e il 4 marzo -, Stalin sostenne che entrando nel governo Badoglio i comunisti avrebbero potuto svolgere il ruolo di forza principale per realizzare l’unità del popolo italiano. Suggerì inoltre a Togliatti di attuare questo corso senza nessun riferimento all’URSS, ma nello stesso tempo gli raccomandò di far capire ai partiti antifascisti che i sovietici non si sarebbero opposti a tale politica…Infine Stalin sottolineò la necessità di mantenere con gli inglesi rapporti ‘esteriormente corretti”.
Un successivo testo di Togliatti rivisto ancora da Dimitrov “Sui compiti all’ordine del giorno dei comunisti italiani” del febbraio 1944, fallisce nuovamente l’obiettivo in quanto il governo sovietico ha oramai deciso di appoggiare Badoglio accreditando presso il governo del Regno del sud l’ambasciatore sovietico in Italia, Alexander Bogolomov. E’ una mossa astuta del vecchio stratega del Cremlino!
A presidiare la sezione comunista di San Potito a Napoli sono rimasti soltanto Salvatore Cacciapuoti, Clemente Maglietta e Maurizio Valenzi (e forse qualcun altro ancora), quando un colpo improvviso alla porta annuncia l’arrivo di Palmiro Togliatti accompagnato dall’avvocato Adriano Reale, fratello di Eugenio. “Ha gli occhiali con un’antiquata montatura di metallo – ricorda Valenzi nelle sue memorie -, e in mano una pipa di radica. Una giacca marrone di tweed sopra un pullover girocollo grigio da marinaio gli dà un’aria trasandata e un po’ straniera. L’avessi incontrato sul lungomare di Napoli o alla Marina di Tunisi l’avrei ottimisticamente scambiato per un ufficiale britannico in borghese e in attesa di fortuna. Invece è il capo del partito comunista italiano che torna dopo diciotto anni di esilio” 2. Diciotto anni di assenza sono tanti, forse per qualcuno, polemicamente, addirittura troppi. Tuttavia, non mancava di certo a Togliatti una visione lucida del quadro politico internazionale e cosa fosse stata per l’Italia l’esperienza della guerra, l’umiliazione della sconfitta, la divisione in due del paese, la resistenza interna, l’inizio della lotta fratricida, la fame e la distruzione.
Nel 1944 la popolazione italiana conta circa 45 milioni di persone di cui 22.134.000 maschi e 23.101.00 femmine con un tasso di crescita dell’1.99, tra i più bassi della storia nazionale e di mortalità, altrettanto eccezionale in termini inversi, pari al 14.19%. Sebbene sia difficile reperire dati oggettivi per quegli anni, non è impossibile immaginare in quali disastrose condizioni versasse il paese dopo quattro anni di guerra. La produzione industriale era al minimo storico: soltanto 1818 erano state le autovetture prodotte nel 1944, contro le 59.000 del 1939; una sola locomotiva a vapore contro le 107 del 1940; 41 elettromotrici contro le 227 del 1939; 12 carrozze e rimorchi contro le 536 costruite ancora del 1939 e infine ridotte a 18.788 le tonnellate di stazza lorda navale messa in cantiere contro le 135.939 del 1939 o le 108.754 del 1941! Non meglio andavano le cose in altri settori produttivi del paese come l’agricoltura e l’edilizia, mentre del tutto assenti risultano i dati in nostro possesso relativi all’istruzione, la scuola, le università, i musei e in generale alle attività di carattere pubblico come infrastrutture, ferrovie e strade.
Togliatti sorride, fuma la pipa, – ricorderà Valenzi -, si informa sul numero delle sezioni, sulla composizione sociale del partito, sulle riunioni. Gli vengono fornite subito le cifre che diligentemente annota sul suo taccuino: in città sono attive all’incirca 21 sezioni con 4.640 tesserati e 43 cellule con 1.682 compagni iscritti, mentre in provincia si contano 137 sezioni con 9.275 tesserati. In tutto fanno 15.597 compagni. “Troppo poco, così non va bene”, sbotta irritato. Le poche migliaia di tessere del partito devono moltiplicarsi rapidamente e per far questo Togliatti ha bisogno di approfondire le questioni politiche, parlare con i quadri dirigenti, aggregare forze nuove. La sezione di San Potito inizia così ad animarsi con un via vai di gente che si offre volontaria per la causa comune e che mette a disposizione del partito intere giornate di lavoro: lì si scrivono volantini, si organizzano riunioni, si discute e si progetta il futuro. In questo modo Togliatti riprende in mano la situazione, cosciente della sua autorità e non meno consapevole delle difficoltà oggettive in cui si trova ad operare.
E di Bordiga e dei bordighiani, ad esempio, che se ne sa? Togliatti conosce bene la personalità vulcanica del rivoluzionario partenopeo e ricorda le dure battaglie combattute nell’Internazionale Comunista da diverse posizioni, anche se i pochi “bordighiani” rimasti a Napoli si sono arroccati nella sezione di Montesanto e non rappresentano un problema serio. Forse non c’è da preoccuparsi troppo, ma è meglio vigilare! Semmai, il vero dilemma è come assemblare i tanti pezzi di un partito che si va ricostituendo con parti diseguali: reduci dal confino e dalle carceri fasciste, emigranti tornati da terre lontane, fascisti pentiti, riciclati e gente comune in cerca di una collocazione. E poi ci sono gli “africani” come Spano, gli “americani” come Donino e Berti e, non ultimi, gli intransigenti “sovietici” sulla cui fiducia si nutre più di qualche dubbio: ci si potrà fidare davvero di tutti questi nuovi iscritti che per un verso o per l’altro, hanno avuto così tanti contatti con gli alleati angloamericani o i russi più intransigenti, per intenderci, che sono stati più vicini a Stalin? E infine ci sono i compagni che non hanno mai lasciato l’Italia e, più ancora, quelli che da poco hanno lasciato le organizzazioni fasciste per aderire alla causa comunista e che vanno inquadrati al più presto. Ci si potrà fidare di questo variopinto universo? Occorre tenere in conto che si sta operando in un paese spaccato in due, con due eserciti, due capitali e non ultimo, due direzioni del PCI, una a Milano, l’altra a Roma, ciascuna diretta da un coordinatore locale, in quanto Togliatti si è sempre riservato la carica di segretario generale. Ci sono, inoltre compagni critici come Terracini che non vede dal lontano ’26 e altri che non si riconoscono nella sua linea politica. Come ricomporre questo complicato mosaico?
Tuttavia, non sono solo queste le uniche immagini dello scenario che si apre a Togliatti nei giorni del suo ritorno dal “lungo esilio” russo durato quasi vent’anni3 gran parte dei quali passati a Mosca accanto a Dimitrov e Manuilskij. Quelli trascorsi in Russia da Togliatti con lo pseudonimo di “compagno Ercoli” a Mosca, nell’Hotel Lux (un grande albergo al centro della città, sporco e infestato da topi, come ricorderà Caprara) con la moglie Rita Montanara e il figlio Aldo non sono stati di certo anni facili. Districarsi tra le dispute del partito comunista italiano di Gramsci e Terracini, normalizzare i rapporti con l’Internazionale comunista e il PCd’I, fare la “serpentina” tra Bordiga e Trockij, ricercare l’equilibrio tra Bucharin e Stalin; poi ancora sottrarsi agli intrighi di partito, sfuggire ai sospetti della temibile polizia segreta NKVD (che nel marzo del 1938 lo mette a dura prova cercando di far confessare ostinatamente Paolo Robotti che lui fosse una spia), sfuggendo così alle temutissime “purghe” staliniane, lo hanno messo a dura prova, ma lo hanno anche temprato, reso un leader, un capo carismatico riconosciuto da tutti. Gli ultimi anni di permanenza in Russia non saranno molto semplici per Togliatti. Tra l’altro su di lui sono caduti molti sospetti sia per la sparizione dei diari spagnoli che per l’incomprensibile imboscata della polizia francese che è costata molti sforzi all’ambasciata sovietica a Parigi per rendergli la libertà e della cui vicenda i russi non appaiono del tutto convinti. Tuttavia dopo un periodo di “congelo”, l’imperscrutabile destino sovietico gli riserva una rapida quanto miracolosa riabilitazione all’interno del Comintern. Il 22 giugno del 1941 il Segretariato designa un “comitato di tre” per il disbrigo degli affari correnti e Togliatti è chiamato a farne parte insieme a Dimitrov e Manuiliskij.
Il suo ritorno in Italia va visto, dunque, esattamente in questa prospettiva e la sua proposta di superare la fase di stallo tra CLN, Monarchia e Governo Badoglio, per giungere ad un governo di “unità nazionale”, sembrerà agli occhi di tutti la soluzione più saggia e percorribile. Altri invece la intenderanno soltanto come un’abile mossa a sorpresa che in un colpo solo supera e accantona le posizioni degli antimonarchici, degli antifascisti ad oltranza, dei liberali, degli azionisti e dei repubblicani per far posto direttamente all’interlocutore democristiano. Cosa che puntualmente si avvererà negli anni successivi. Ciò che per ora serve a Togliatti però, è la massima concentrazione per preparare le carte del discorso che dovrà tenere a giorni, in via Cisterna dell’Olio, che passerà alla storia come la “svolta di Salerno”. Dopo fitti colloqui con i quadri napoletani, il 30 e il 31 marzo Togliatti conferma la sua linea politica in sede di assemblea per renderla poi pubblica il primo di aprile nella risoluzione approvata dal Consiglio Nazionale4. “Lo stesso giorno in cui Togliatti illustra la proposta del PCI – ricorda Agosti nella sua biografia -, i giornali pubblicano ampi resoconti di un articolo apparso il 30 marzo sul quotidiano del governo sovietico, ‘Izsvestija’. Vi si afferma, in sostanza, che la decisione del governo Badoglio di ‘allargare le sue basi in senso democratico’ corrisponde al desiderio delle tre potenze alleate. La perfetta coincidenza fra l’iniziativa togliattiana e la presa di posizione sovietica rafforza nei protagonisti e negli osservatori contemporanei la convinzione che la mossa tattica del leader comunista si inscriva nel disegno della politica estera dell’URSS, che con il riconoscimento del governo Badoglio ha mostrato di voler contare di più nello scenario italiano”5. Dal canto suo, “l’Unità” del 10 aprile, ossia l’edizione di qualche giorno dopo il discorso al Modernissimo, saluta il capo del partito rientrato finalmente in patria, titolando a tutta pagina: “Sotto la guida del compagno Ercoli il Partito Comunista propone la formazione di un governo appoggiato da tutti i partiti che sono per la guerra contro il nazismo”. E’ la conferma che la cosiddetta “svolta” è ormai una certezza e che Togliatti può finalmente scoprire le carte annunciando di voler superare la questione monarchica, aprendo al governo Badoglio senza pregiudiziali e con la migliore disposizione d’animo a collaborare con il fronte dei partiti che formano il CLN e non potrebbe essere altrimenti considerando la concretezza dei “desiderata” di Stalin che non può, né è intenzionato a rilasciare un “esule” tanto prezioso senza una giusta contropartita; dall’altra vi è la consapevolezza da parte di Togliatti del valore della posta in gioco che è piuttosto complessa e che riguarda il futuro del suo Paese. Paese per il quale ha sofferto il confino, la lontananza, e al quale ora potrebbero offrirsi opportunità straordinarie. Non è solo ideologia o meglio, non è solo la stretta ortodossia nei confronti del comunismo di Mosca a far accettare a Togliatti il dettato di Stalin, ma sicuramente qualcosa di più. La plebiscitaria svolta di Salerno dell’aprile 1944, con la quale vengono fissati i principi della vita del futuro PCI, i legami con l’URSS, unica “patria del socialismo”, i rigidi assetti gerarchici dei quadri dirigenti, l’indiscussa ortodossia politica, la fede ideologica nell’ideale marxista e stalinista, è anche la sfida aperta ai gruppi del CLN riunitisi a Bari nel gennaio dello stesso anno e in particolar modo ai liberali crociani. E’ un giro di valzer, quello di Togliatti, che preoccupa i liberali i quali non senza difficoltà interne ed esterne, cercano con fatica a tenere una posizione equidistante dalla monarchia in declino e le parti politiche emergenti, in primis quella comunista. E’ chiaro che Togliatti con la svolta salernitana ha sparigliato le carte, spiazzando di colpo gli antimonarchici, liberali e repubblicani, accettando il governo Badoglio nel segno della continuità del regno sabaudo di Vittorio Emanuele III, archiviando definitivamente la pregiudiziale nei confronti delle componenti del CLN.
Recensendo su “Rinascita” il volume di Benedetto Croce “Per la storia del comunismo in quanto realtà politica”, non vengono risparmiate al filosofo napoletano – riferimento politico dei liberali italiani -, frecce avvelenate, scarti umorali, battute ironiche al curaro, segno di una malcelata diffidenza per l’uomo “a cui il fascismo aveva destinato una curiosa situazione di privilegio”. I due non si risparmiano colpi, neanche quelli proibiti. Togliatti irrita il filosofo quando lo chiama sarcasticamente “il bravo Don Benedetto” e non “Senatore” come lui vorrebbe; di contro Croce sa di essere per Ercoli una spina nel fianco, rappresentando per molti il vero campione dell’antifascismo e del liberalismo. Lo scritto di Croce viene definito da Togliatti uno “scrittarello” che gli rende la fatica “alquanto penosa”. Volano parole grosse, battute fuori luogo che servono soprattutto a Togliatti ad avvertire il filosofo che la sua stagione è oramai finita. A suo dire, Croce ha avuto come campione della lotta contro il marxismo una posizione di vantaggio: “egli ha tenuto una cattedra di questa materia, istituendosi così tra lui e il fascismo un’aperta collaborazione, prezzo della facoltà che gli fu concessa di arrischiare ogni tanto una timida frecciolina contro il regime. L’aver accettato questa funzione…e’ una macchia di ordine morale che non gli possiamo perdonare”. Croce si offende e porterà la questione all’Ordine del giorno del Consiglio dei Ministri chiedendo le scuse ufficiali. Togliatti si vede costretto a fare marcia indietro e, con rapido calcolo politico, porge le scuse richieste nel numero successivo de “La Rinascita”, rivista diretta e fondata dallo stesso Togliatti. Ormai la sfida è oramai lanciata! La frecciata velenosa contro il “filosofo” liberale è stata scoccata con una tale determinazione da non lasciare alcun dubbio: Togliatti non tollera che in Italia una terza forza di interposizione si frapponga tra i cattolici e i comunisti! Bisogna esser chiari con tutti fin da subito, ma soprattutto i “compagni” non debbono equivocare tra le componenti politiche che formano il nucleo del C.L.N. e quelle che dovranno essere chiamate a governare il futuro del paese. Repubblicani, liberali, azionisti son ben altra cosa dai comunisti! Il problema non è solo politico, ma soprattutto ideologico e in quanto tale, deve necessariamente coinvolgere anche la società civile, la cultura, gli intellettuali, i letterati, gli artisti e, perché no? anche i filosofi, se necessario.
Il resto è storia nota.

Alessandro Masi

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