domenica, 28 Novembre, 2021

Tolkien, il nordico antinazista

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“Fascismo e Tolkien”: così titola la Repubblica un articolo dello scorso ottobre 2021 in cui collega la mitologia ispirata al libro principale di Tolkien “Il Signore degli anelli” ai campi Hobbit promossi dalla destra neofascista. In realtà è ora e tempo di avvertire che John R. R. Tolkien fu sì un fiero cantore dell’eroismo nordico ma lo celebrò in una netta versione contro il nazi-fascismo. Riesce a spiegarcelo bene la sua rilettura di una famosa battaglia a Maldon nell’Essex dell’estate 991 d.C. tra Anglosassoni e Vichinghi.
Chi ha ritenuto di scorgervi un’esaltazione del mito germanico ha travisato il pensiero di Tolkien. Fu certamente affascinato dall’antichità precristiana, tanto da definirsi un ”pagano convertito”, ma nel suo commento alla menzionata battaglia di fine millennio nell’Essex – che propone sotto il titolo di “Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm” – Tolkien contesta il «soverchiante orgoglio» [overmastering pride]del protagonista che avrebbe ecceduto in inutile eroismo per l’egoistico proposito di innalzare la sua fama personale: consentire ‘cavallerescamente’ ai Vichinghi di attestarsi su una posizione più favorevole facendo indietreggiare apposta i suoi Anglosassoni, è stato non solo un «errore disastroso» ma qualcosa di «veramente diabolico».

A quale scopo? L’antico poema dedicato a “La battaglia di Maldon” racconta che Beorhtnoth facendo passare nemici «a tanto si spinse/ pur di dar materia per canti possenti./ Fu nobiltà vana…». Su questo passo si incentra la critica di Tolkien: quell’orgoglio «diabolico» è stato prodotto da una perversa tradizione espressa nella poesia anglosassone. Beorhtnoth voleva essere un eroe e per esserlo era pronto a sacrificare la sua vita e quella dei guerrieri dell’Essex. «Secondo Tolkien – ha scritto Tom Shippey – Beorhtnoth non aveva il diritto di sacrificare né le vite dei suoi uomini né la sua… Questo spirito eroico nordico si trovava inevitabilmente oltre il limite di ciò che è legittimo».

L’attacco di Tolkien a quello «spirito», a quella «disastrosa follia», poteva essere considerato un esercizio letterario accademico. Ma Shippey si dice sicuro che – nel tempo in cui meditò quegli argomenti – Tolkien scorgeva un «recupero intenzionale di modi di pensare nordici o germanici nella Germania nazista». Occorreva combattere quello spirito pagano contrapponendogli un’immagine accettabile di eroismo. «Era possibile creare un’immagine alternativa dello stile eroico?» si chiede Shippey. Sì – conclude – grazie ai personaggi de “Il Signore degli Anelli”, dove Tolkien cerca di «conciliare la mentalità cristiana e quella eroica»: in funzione antitotalitaria. Tanto che nella mirabile prefazione a questo folgorante elaborato di Tolkien sulla battaglia di Maldon, lo scrittore Wu Ming alza un inno gentile agli Hobbit: «Tolkien infatti rispose alla sfida dell’epoca più oscura partorendo un inedito eroe letterario. Un essere apparentemente innocuo e mite, con piedi grossi e villosi che non avrebbero mai potuto calzare stivali di cuoio per marciare a passo di parata verso gli orrori del XX secolo». Altro che Hobbit figure devozionali per campi fascisti!

Comunque la sentenza più diretta l’aveva scritta direttamente Tolkien in un messaggio privato dei primi anni Quaranta del Novecento: «Quel dannato piccolo ignorante di Adolf Hitler… ha rovinato, pervertito, abusato e reso sempre maledetto quel nobile spirito nordico, supremo contributo all’Europa, che io ho sempre amato e provato a presentare nella sua vera luce».

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