domenica, 9 Maggio, 2021

Un libro sul PSU, l’avversario più temuto dal fascismo

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Appena quattro anni di vita, ma un’impronta indelebile nella storia d’Italia. Il Partito socialista unitario, nato il 4 ottobre del 1922 su iniziativa della corrente riformista di Turati, appena espulsa dal Psi, è stato il movimento più avversato e temuto dal fascismo: alle elezioni del 1924 il Pnf scriveva che il Psu era il partito da combattere “con il massimo rigore” e infatti, nel novembre del 1925, fu il primo ad essere sciolto da Mussolini. Rinascerà, poco dopo, con il nome di Partito socialista dei lavoratori italiani, ma verrà sciolto assieme agli altri partiti l’anno seguente. La parabola del partito creato dai riformisti è al centro dell’ultimo libro della della Fondazione Pietro Nenni, “La missione impossibile. Il Psu e la lotta al fascismo” (Arcadia Edizioni), scritto da Fabio Florindi, giornalista dell’Agenzia Italia.
Con un titolo fortemente evocativo il libro ricostruisce la vicenda di un partito che ha trovato poco spazio nella storiografia e che ha tentato di rilanciare, in una fase drammatica per il nostro Paese, la tradizione riformista delle origini socialiste. Il cammino del Psu, guidato da personalità del calibro di Turati e Matteotti, è tortuoso sin dagli inizi, schiacciato a destra dal fascismo − che lo ritiene il nemico più temibile − e a sinistra dal bolscevismo dei socialisti massimalisti e dei comunisti che lo ritengono un “partito socialfascista”.
Le ragioni per cui il fascismo mise nel mirino il Psu sono semplici. Al riformismo socialista si doveva la creazione delle cooperative, dei sindacati, di tutte le opere concrete realizzate a sostegno del proletariato. Comunisti e massimalisti predicavano la rivoluzione che avrebbe dovuto cancellare il capitalismo e azzerare le differenze, ma la concretezza non era il loro forte; mentre l’obiettivo dei riformisti era lavorare quotidianamente per un graduale miglioramento delle classi lavoratrici. Niente retorica o grandi proclami, dunque, ma realizzazioni concrete. Ecco perché i fascisti li temevano più di ogni altro avversario.
A distanza di quasi un secolo, fa impressione leggere i nomi degli aderenti al Psu. In soli quattro anni hanno militato in quel partito i più grandi personaggi dei primi 70 anni del socialismo italiano: Giacomo Matteotti (che ne fu il segretario fino al suo assassinio per mano fascista), FIlippo Turati, Claudio Treves, Giuseppe Emanuele Modigliani, Camillo Prampolini, Bruno Buozzi, Carlo Rosselli, Sandro Pertini e Giuseppe Saragat. L’unico dei grandi del socialismo dell’epoca a non essere iscritto al Psu era Pietro Nenni, che però dal Psi voleva l’unità dei due partiti. Alle elezioni del 1924, seppur falsate dalle violenze e dai brogli fascisti, il Psu raccolse ‘solo’ il 5,9% dei voti (al Psi e ai comunisti andò ancora peggio). Un risultato modesto, a cui però corrisponde un bagaglio di valori lasciato ai posteri che forse nessun partito italiano ha mai potuto vantare.
Per il sacrificio del suo segretario Matteotti, il Partito socialista unitario fu al centro della protesta aventiniana: i deputati dell’opposizione abbandonarono la Camera per le ombre di complicità che si allungarono su Mussolini e sul suo governo. Dopo il suo assassinio, Matteotti diventerà il simbolo della lotta contro il fascismo e per la riconquista della libertà, e il riformismo di Turati e della sua corrente sarà recuperato dopo il crollo del regime e diventerà uno dei pilastri della rinascita italiana nel dopoguerra.

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