sabato, 19 Giugno, 2021

Una famiglia borghese tra Napoli e Santa Teresa Gallura

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Un ex manager di  gruppi industriali dell’Italia settentrionale ed esteri, Gianni Russo, ha affidato ad una narrazione la storia della propria famiglia, un nucleo borghese dell’Italia meridionale. (1)
A renderla possibile è il rinvenimento delle carte di suo padre e dei ricordi (riemersi dalla memoria infantile dell’autore) della nonna paterna prima del settembre 1943. Storiograficamente molto interessante è anche l’esteso album delle foto che fanno da corredo ai capitoli del volume.
La parentela materna e paterna di Gianni Russo è molto estesa. Ha un’origine e una dimensione con epicentro prevalentemente a Napoli.
Copre due secoli, l’Ottocento e il Novecento. E vi si incontra, insieme alla mano benevola clandestina della massoneria, anche qualche erede di Rosolino Pilo.
I documenti sono per lo più fotografie, qualche lettera privata, testi di diari inediti, ma soprattutto molta memoria accumulata e sedimentata nei decenni tra le generazioni.
L’autore è un ingegnere, non uno storico. Pertanto è interessante rilevare come la sua visione della crisi del biennio 1943-1945 coincida con un’incredibile precisione con quella proposta dallo storico senese Roberto Vivarelli. L’8 settembre 1943 (cioè la firma di un armistizio con i comandanti dell’esercito anglo-americano alle spalle dei nostri alleati tedeschi) è così riepilogato: il periodo in cui “si dissolse lo Stato italiano e ogni cittadino cessò di essere tale per tornare allo stato di natura in cui ogni giorno ognuno, senza poter contare sull’aiuto di nessuno, doveva procurarsi i mezzi per sopravvivere e per non diventare preda di qualunque cacciatore”.
Diventato terreno di scontro di eserciti stranieri contrapposti, l’Italia vedeva svanire la propria identità, cioè quel che era stata con le guerre d’indipendenza e il Risorgimento.
Per la famiglia Russo fu come “l’arrivo di un tempo in cui non c’era posto per nonne che narravano storie ai nipotini”.
La sua caratteristica, per parte dei nonni materni e paterni, fu di essere anti-borbonica, liberale e massone, legata ai Savoia.
A colpire anzitutto, insieme al viluppo molteplice (ma che Russo sa salvaguardare dal garbuglio) dei rapporti che si sono dipanati nell’arco di quasi due secoli, è la sensibile mobilità parentale.
La famiglia dei Russo storicamente si è mossa molto. Gli spostamenti hanno riguardato un continuo anda e rianda da Foggia alla base di Napoli verso molti centri del Mezzogiorno (come Foggia, Lecce, Roma, la Sicilia, la Sardegna ecc.) e del Settentrione (da Torino, a Milano, Genova, Trieste, Roma ecc. ) o all’estero (come l’Argentina, la Nigeria, Parigi, la Spagna).
I rapporti matrimoniali non sempre solidi, hanno avuto un codice molto preciso. Per esempio le donne dovevano sposare dei dipendenti dello Stato che godevano di una possibilità di carriera. Presente come un’eccezione è il contrarre matrimonio con persone delle imprese private.
Anche le opzioni politiche sono quelle della fedeltà alla monarchia, al governo (e quindi anche al fascismo, ma anche all’antifascismo).
Il legame di lavoro più frequente è dato dal settore pubblico dell’economia e dalla pubblica amministrazione, cioè la marina (e quindi lo Stato).
Il vettore della carriera e dei molti tracciati non sono stati i partiti, ma prevalente mente una società segreta molto diffusa nel Sud del paese come la massoneria. Nel caso dell’autore (ma su scala minore), le esigenze imprenditoriali.
C’è stata, infine, dopo la prima metà degli anni Sessanta del Novecento, una scelta radicale come la sua decisione di abbandonare il mondo dell’industria e blindarsi in un paese della Sardegna settentrionale, a Santa Teresa Gallura.
Qui Gianni Russo si inventa i mestieri più diversi. Dallo skipper alla ristorazione, dal commercio del corallo alla computeristica, fino all’insegnamento, pubblico e privato.
La sua cultura liberale, l’agire in maniera urbana (o individualistica che dir si voglia), non ha una semina facile. Riesce ad avere diversi matrimoni, anche con differenze di età notevoli. Ma soprattutto prende di petto e sfida il solido spessore del conformismo e della chiusura conservatrice degli abitanti di Santa Teresa Gallura dando vita ad una rivista mensile,“La Boci”.
Venderà circa 500 copie a numero e avrà il sostegno finanziario di due coraggiosi commercianti (Gallura Arredamenti e Ferramolor). Grazie al contatto diretto con l’opinione pubblica riuscì a tenere sotto schiaffo l’amministrazione comunale del paese. Era cominciata, con gli anni Sessanta, l’era in cui gli affari si facevano con la politica, l’assalto all’edilizia e col beneficio (che resterà costante) di una straordinaria evasione fiscale.
Ma l’attività di controllo e di denuncia de “La Boci” viene a mancare quando il turismo diventa una vera e propria industria, l’unica fonte di reddito, insieme a quella proveniente dal consumo aggressivo ed esasperato del territorio. Le due attività vanno di concerto, e fanno della politica, e degli uffici comunali, un baricentro anche di interessi privati, cioè un apparato per affari.
Tutto si svolge alla giornata e senza un progetto per l’ammodernamento anche so lo elementare del paese. Per vivere 12 mesi se ne lavorano due, avendo per vittima privilegiata un negro chiamato turista.
Dalle lettere inviate ai giornali o dalle confessioni si evince l’abbandono, lo scarso collegamento e la parziale pulizia delle spiagge (a cominciare dalla Rena Bianca fino a Capo Testa: non di rado vere e proprie latrine a cielo aperto), la devastazione dell’arredo urbano. Ancora oggi manca un sistema di formazione scolastica e di assistenza sanitaria adeguati ed efficienti,una dotazione di servizi elementari (come una biblioteca degna di questo nome,un centro di computer e di televisioni,una scuola che durante i mesi estivi possa ospitare i bimbi dei turisti) .
Non un dito sarebbe stato mai mosso per assicurare (con degli stages) prestazioni professionali non inventate, decenti, e assai richieste: come quella di idraulici, elettricisti, falegnami, muratori, camerieri, cuochi, taxisti con tassametri ecc.
Per molti geometri ed architetti non c’è differenza tra una casa, una colombaia e un casermone. Il ristorante è concepito come un luogo non per proporre ed esaltare la qualità della cucina dei prodotti locali, ma per scuoiare la carta di credito. I prezzi senza sosta di ogni bene sono la fotografia della cultura collettiva della licenza e dell’arbitrio. Anche nei confronti di chi qui non ci passa una settimana, ma ci vive.
Quel che da sempre manca è la stessa nozione di “beni comuni”, eventi immancabili in un’amministrazione con gli occhi appena aperti.
Alla fine, con la morte improvvisa,in un incidente, del giovanissimo figlio Marco, Gianni Russo sente su di sé come un sudario, una sensazione che lo avvolge. E’ l’incombere della solitudine.
La stessa che nei lunghi mesi invernali induce centinaia di giovani con un accesso quasi impossibile alla scuola, buttati sulla strada, a rifugiarsi nella droga.
La solitudine dell’autore di questo libro è diversa perché comporta un bilancio della propria vita. L’esito del grande impegno profuso per cercare di cambiare i valori, il costume, i comportamenti dei suoi concittadini ecc. sembra essere sfociato in una sconfitta personale.
Ma davvero a soccombere è solo un intellettuale formatosi nella grande industria e nelle turbolenze sessantottine di Milano (fino a decidere di scappare)? o è,invece, la storia di chiunque non viva di interessi immediati, tangibili in questo paese della Sardegna settentrionale strapieno di sé, indolente, e tragico, cioè non all’altezza di un’elementare governance?
Questo è il cahier des doleances che ogni turista ama esibire. In realtà l’ostacolo maggiore al cambiamento viene dalla resistenza all’innovazione dell’ambiente politico e culturale che si forma molecolarmente. E crea degrado nelle cose e anzitutto nelle teste.
Si riproduce su sé stesso in un’eterna litania. Come l’alternarsi delle onde, il mutare dei colori del mare, l’evanescenza della sabbia e delle spiagge.
Sembra inesorabile come un destino o una spietata condanna e vendetta della natura. E se,invece, fosse solo il frutto maturo e in digesto derivante da un’indicibile e banale inettitudine ed incuria,cioè da una scarsa e assai mediocre capacità di governo?
C’è da chiederselo ponendosi la domanda: è proprio vero che chiunque nato di donna può fare il sindaco, l’assessore, dirigere un ufficio urbanistico, attrezzare un luogo di balneazione e, insieme, contrastare il cancro della speculazione?
Incomprensibili e inaccettabili sono le facilonerie e il qualunquismo da pentastellati col loro leninismo comico e da strapazzo (“chiunque, anche la cuoca, può fare il sindaco e dirigere lo Stato”).
Specializzazione e competenza,invece, sono indispensabili come l’aria in una realtà come quella teresina, in cui le stesse rocce più aguzze hanno nel tempo assunto portentose fattezze antropomorfiche. Il mutamento è, dunque, testimoniato dalla stessa forza dei maestrali e dalla flessibilità opposta dalla natura.
Il sottosviluppo non si combatte mai regalando il pesce. Meglio fornire gli strumenti (l’esca, la lenza, l’amo ecc.) e l’educazione perché ognuno possa pescarlo. Purtroppo in questi mari, come in mezza Sardegna, anche l’offerta di quello locale resta sempre inferiore alla domanda.

Salvatore Sechi

(1) Gianni Russo, Racconto per un ragazzo che ama il blu ovvero cronache di una fa miglia italiana, Edizione fuori commercio, pp.237.E-mail: angrecali76@gmail.com

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