martedì, 26 Ottobre, 2021

Usa, in arrivo una manovra da seimila miliardi di dollari

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Con grande coraggio, ma anche con rischio ben calcolato, la manovra finanziaria per il 2022 da seimila miliardi di dollari, che il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, si appresta a presentare, è sicuramente destinata a restare nella storia. La Casa Bianca presenterà la sua proposta di bilancio oggi, ma alcuni documenti sono stati già anticipati sulle pagine del New York Times. Sarebbe la manovra più alta messa in campo nella storia degli Usa dalla fine della seconda guerra mondiale.
Una manovra destinata a far discutere, anche perché sarà realizzata tramite un aumento delle tasse sui redditi più alti e sulle società.
Secondo il quotidiano di New York, entro il 2031 la spesa fiscale dovrebbe salire a 8.200 miliardi di dollari. Biden ha impostato la propria campagna elettorale puntando sul cambio di rotta per il paese dopo quattro anni sotto la guida del suo predecessore repubblicano, Donald Trump, portando avanti le sue proposte con coerenza anche se radicali.
Il piano di Biden è destinato a essere messo in atto in un anno cruciale per l’economia statunitense. Il Paese ha avviato la fase di recupero post pandemia. La ripresa si vede anche dai dati del primo trimestre. Il Pil statunitense è salito del 6,4%, di poco inferiore della crescita del 6,5% attesa dal consensus. Si tratta del ritmo di crescita più veloce in quasi quattro decenni nel primo trimestre. Un valore in deciso miglioramento rispetto all’espansione del 4,3% del quarto trimestre. Anche i consumi personali sono aumentati dell’11,3% rispetto al +11% stimato. La componente dell’inflazione particolarmente monitorata dalla Federal Reserve, ovvero il dato ‘core’ dell’indice Pce, è salita del 2,5%, più del +2,3% atteso.

Nello stesso periodo gli investimenti aziendali sono volati del 10,8%, rispetto al +9,9% della lettura preliminare; le esportazioni sono scese del 2,9%, più del calo pari a -1,1% inizialmente riportato; le importazioni sono balzate del 6,7%, oltre il +5,7% del dato preliminare; gli investimenti nel mercato immobiliare sono cresciuti del 12,7%, oltre il +10,8% riportato all’inizio.
Indicazioni positive sono arrivate anche dalle richieste di sussidi di disoccupazione, scese a 406.000 dalle 444.000 unità della settimana precedente, al nuovo minimo dall’inizio della pandemia Covid-19.
Pochi avrebbero immaginato che il “vecchio” Joe Biden, il personaggio rassicurante che doveva limitarsi a ristabilire la normalità alla Casa Bianca e nel Paese, aveva invece un piano molto ambizioso.
La manovra da oltre 6.000 miliardi di dollari, tripla rispetto ai fondi destinati alla crisi pandemica, potrebbe cambiare il percorso della storia economica recente. Il nuovo leader prova a rilanciare con forza l’America del dopo Trump (e nel farlo spacca gli economisti), mette l’Europa di fronte a un bivio, prepara il grande compromesso con la Cina e ridefinisce il ruolo del governo. Dalla sua, “Joe” ha i vaccini. Contro, i voti al Congresso che ora ci sono e domani chissà. Ma intanto, intorno a questa valanga di spesa pubblica (farebbe lievitare almeno dell’1,5% l’intera crescita economica mondiale, secondo le previsioni, oltre ad un +6,4% di quella annuale americana), non c’è solo un Paese che riparte, ma un intero ordine mondiale che si ritrova a mettere in discussione il pensiero neoliberista che ha dominato gli ultimi trent’anni. Finalmente ci si è accorti che il neoliberismo avrebbe portato in povertà la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta.
Secondo Lucrezia Reichlin, economista della London Business School ed editorialista del Corriere della Sera: “L’entità di questa manovra è un fatto rivoluzionario. È interessante anche la sequenza: prima cash e liquidità alle imprese e alle famiglie, poi la scommessa di andare a toccare il reddito potenziale attraverso le opere infrastrutturali”.
Anche il professore di Public Policy ed Economics di Harvard, Kenneth Rogoff, ha confermato: “Quella messa in campo da Biden nei suoi primi cento giorni è un’agenda progressista molto audace. Lui è di fatto un centrista: ma ha bisogno dei voti dei progressisti, dunque deve fare uno sforzo per portare avanti il loro programma. E sa di avere poco tempo perché potrebbe perdere presto la sua esile maggioranza”.
Tutta la politica economica dell’Amministrazione Biden punta all’Economia del Benessere iniziata già con il mega pacchetto di stimolo firmato l’11 marzo (1.900 miliardi) dove ci sono i 1.400 dollari di una tantum in tasca ai cittadini sotto i 75 mila dollari di reddito (metà degli americani), l’estensione della disoccupazione, gli aiuti alle imprese e quelli, epocali per la tradizione americana, alle famiglie per mantenere i figli. In pratica un vero reddito minimo, per ora limitato al 2021, ma che Biden ha annunciato di voler estendere fino al 2025 con un piano addizionale (l’American Families Plan) da 1.800 miliardi tra nuova spesa per asili, congedi pagati, crediti d’imposta. Nel frattempo, il primo aprile a Pittsburgh, era stato annunciato un altro gigantesco impegno finanziario, l’American Jobs Plan che prevede 2.250 miliardi di dollari per le infrastrutture dove però solo un quarto è destinato a ponti e strade in senso stretto, il resto all’innovazione, all’ambiente, alla cura degli anziani.
Inizialmente escluso l’innalzamento del salario minimo a 15 dollari voluto dalla sinistra dei democratici, Biden ha trovato il modo di recuperarne una parte, almeno per gli impiegati e gli appaltatori del governo federale.
Alla fine anche la “stella rossa” del partito Alexandria Ocasio-Cortez ha commentato: “Il piano dell’amministrazione va oltre le nostre migliori aspettative”.
Per il momento il Congresso ha già approvato che, nel corso del 2021, ogni nucleo familiare di reddito medio con due figli disporrà di aiuti economici per oltre 11.000 dollari.
Naturalmente il presidente dovrà alzare le tasse mettendo in atto una politica di redistribuzione della ricchezza nell’economia americana.
Infatti, per le persone fisiche con redditi superiori a 400.000 dollari pagheranno aliquote più alte (chi è sotto quella soglia non verserà un centesimo in più); previsto il rialzo di 7 punti degli oneri sui redditi d’impresa, che Trump aveva abbassato dal 35% al 21; l’incremento dei prelievi sulle plusvalenze in Borsa dei milionari (il capital gain); oltre al grande tavolo attorno al quale far sedere il G20 per concordare una tassa minima globale per le grandi corporation ed evitare la fuga nei paradisi fiscali.
Probabilmente non basterà, e il presidente ha già previsto un giro di vite sull’evasione fiscale valutata per 80 miliardi di dollari dal Fisco Usa.
Il Presidente ha spiegato: “Non è stata Wall Street a costruire questo Paese. Lo ha fatto la classe media”. Quello di Biden è insomma un meccanismo redistributivo che punta a cambiare la geografia sociale americana, riequilibrandola dopo decenni di eccessi del mercato che nemmeno la crisi del 2008 era riuscita limitare.
Il Financial Times ha scritto: “Un enorme esperimento fiscale che tutto il mondo sta guardando”. In realtà l’esperimento era ben riuscito in Italia con i governi di centro sinistra (tra gli anni sessanta e settanta), sulle spinte portate avanti dai programmi del Partito Socialista Italiano. Un modello al quale da diverso tempo guardano i democratici americani di sinistra (tra cui Bernie Sanders e Joe Biden).
Da settimane in America i programmi di Biden vengono accostati al New Deal di Franklin Delano Roosevelt, che resuscitò un Paese annichilito dalla depressione, e alla Great Society di Lyndon Johnson, che si incaricò di aggredire la povertà e riformare i diritti civili. Le condizioni economiche e politiche (la minaccia populista) fanno pensare agli anni 30, ma Roosevelt e Biden hanno anche profili personali simili: apparentemente deboli, persino fisicamente, reduci da tragedie personali, più uomini di empatia che raffinati intellettuali. Johnson fu come Biden un presidente per caso e per necessità, costretto a raccogliere il testimone di un predecessore spinto da enormi aspettative (là Kennedy, qui Obama).
Jill Lepore, insegnante di storia all’Università di Harvard, ha spiegato che il doppio parallelismo è corretto : “La differenza in entrambi i casi è la politica estera. Quando il New Deal cominciò a vacillare, la ripresa economica fu sostenuta dall’entrata in guerra degli Stati Uniti. Al contrario i piani di Johnson furono rovinati dalla sua politica in Vietnam. Ora Biden non ha guerre davanti, né la leva obbligatoria. E quindi dovrebbe puntare su un vero servizio civile nazionale, cosa che, in effetti il presidente ha cominciato a fare rispolverando i Civilian Conservation Corps di Roosevelt, mentre in Italia al servizio civile Draghi ha destinato 650 milioni per il periodo 2021-2023”.
Il piano di Biden arriva in un momento di risalita, con 1,6 milioni di posti di lavoro recuperati nei primi tre mesi del 2021. L’ambizione e l’audacia della scommessa di Biden è stata finora premiata dai sondaggi.

Nella sua prima conferenza stampa Draghi ha fatto riferimento proprio al piano americano e a quanto più importanti delle nostre, in termini di volume, siano le cifre di Washington. Pur avvertendo che “gli Stati Uniti non hanno tutti i nostri stabilizzatori sociali”.
Il piano di Draghi mette insieme i due “step” della strategia bideniana: aiuti ma poi stimoli che dovranno diventare investimenti. Produttività debole, giustizia lenta, burocrazia, scarsa innovazione sono da decenni i fardelli che affondano la nostra produttività e il premier vuole liberarcene, oltre a mettere risorse nell’energia verde (perché poi è anche nella composizione della spesa che le priorità stanno cambiando di là e di qua dell’Oceano).
Anche se in America non tutti gli economisti sono concordi sull’accelerazione della politica economica di Joe Biden, bisogna prendere atto della fine del neoliberismo e dell’impostazione di nuove politiche espansive. Gli Stati Uniti si propongono come forza motrice di una nuova economia del benessere che riguarderà tutto il mondo e che rimette in discussione la geopolitica per raggiumgere nuovi equilibri.
Le risposte si vedranno nel medio e lungo periodo, dove due nodi essenziali verranno al pettine, che per l’economista Kenneth Rogoff si potrebbero sintetizzare così: “Gli Stati Uniti hanno bisogno di un sistema di welfare più forte e di maggiore redistribuzione e l’Europa di una unione fiscale e politica più stretta”.
Rispetto agli Stati Uniti, gli stimoli economici dell’Unione europea sono molto più limitati.
Gli italiani ed i media, dovrebbero comprendere il ruolo centrale e di grande importanza che Draghi sta sostenendo per dare un futuro migliore al nostro Paese guardando all’Europa ed al mondo, cercando di portare avanti nel G20 un accordo che metta le basi al futuro equilibrio di geopolitica dove è necessario realizzare la giustizia sociale e dei diritti umani parallelamente ai problemi climatici e ambientali.
Dunque, è molto importante la politica degli Stati Uniti di Joe Biden che, in concerto con quella dell’Unione europea, dà nuove speranze all’umanità, e auspichiamo che possa essere l’inizio per porre fine a guerre e migrazioni che sono espressioni delle nuove barbarie nei nostri giorni.

Salvatore Rondello

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