lunedì, 12 Aprile, 2021

Verdi e il Risorgimento,
in un luogo
dove tutto è musica

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cinque-giornate-di-milano«Onore a questi prodi!. Onore a tutta l’Italia che in questo momento è veramente grande! L’ora è suonata della sua liberazione. È il popolo che la vuole: e quando il popolo vuole non avvi potere assoluto che la possa resistere. […] Non c’è, né ci deve essere che una musica grata alle orecchie degli italiani del 1848. La musica del cannone!…» (Giuseppe Verdi, estratto di lettera indirizzata a F.M.Piave. Sant’Agata, Parigi 1848)

LA VOCE DEL POPOLO – Improvvisamente sorse un’aurora che gettò nuove luci sul suolo natio; un bagliore di libertà intrise il cielo di gloriosi presagi e sollevò il vento che avevamo tanto atteso. Il suo respiro stormì un drappo umiliato e ferito nell’orgoglio, stancamente ripiegato su se stesso, abbandonato in un sonno inquieto, e che adesso raccoglieva il grido dell’aria e spiegava i suoi colori tramutandosi in raggiante vessillo.

Il tricolore cisalpino iniziò a correre a volo tra le vie di Milano, e a quel fremito le guardie austriache restarono immobili e stupefatte. Se un uomo si affacciava alla finestra, il popolo gridava che il suo posto era nella strada; i giovani uscivano da ogni parte con pistole, sciabole e bastoni, e Milano, che non aveva mai visto barricate, le comprese al primo slancio e le eresse per tutta l’area abitata. Si adoperava tutto quello che poteva andare bene per essere accatastato: carrozze, mobili di vario genere, letti, pagliericci, casse, materassi, sedie, confessionali, panche, persino le finzioni teatrali di boschi e salotti imperiali. Finalmente, verso la sera della quinta giornata, le grida di Vittoria fecero accorrere ed affollare verso il Ponte San Damiano quanti erano in giro per le piazze e per le strade. Questa volta la barricata e i suoi custodi non valsero più a trattene la gente. “Porta Tosa poteva senz’altro meritare il nome di Porta Vittoria”.

GIUSEPPE VERDI – Sono nato in un luogo dove tutto è musica … Intorno al villaggio di Roncole le aie coloniche erano fervide di opere agresti che venivano accompagnate dal sollievo di effusioni corali di giovani e di ragazze che scartocciavano il granturco o mazzolavano la canapa. La passione per la musica era un po’ in tutti e dappertutto: nell’aria, lungo le vie, dietro plaustri e birocci, o nella chiesa profumata d’incenso, quando sugli accordi tenuti dell’organo salivano a Dio le voci della preghiera. Ed anche e soprattutto nei campi: da bambino amavo soffermarmi ad ascoltare i sussulti della mia terra … seduto sui bordi zollosi dei campi di grano prestavo attenzione al frinire delle cicale, un sigillo a suo modo melodioso che blindava la campagna della bassa parmense nella canicola estiva. Ascoltavo quelle note stridenti e monotone stupendomi di percepirne ogni minima variazione, una sinfonia che si affievoliva con i respiri crepuscolari del giorno e che veniva sostituita dal canto notturno dei grilli, meno caparbio, più dolce, una filastrocca da ninna nanna che introduceva il sonno con rasserenanti veli di Morfeo. Ero ascoltatore di un presagio scolpito su spartito ancestrale che trovò poi un suo compimento nella spinetta donatami dai sacrifici di mio padre.

L’incanto di una magia continuava nel tempo sospeso in cui cominciai a dilettarmi con lo strumento. Venivo allora rapito dalle melodiose vibrazioni delle sue corde, suggestioni amplificate e riflesse dall’abbraccio protettivo di un legno duro e incorruttibile come il cipresso, un abbraccio scultoreo di geometrie regolari, un prodigio di precisione che viveva miracolosamente sulla fibra di un delicatissimo equilibrio interno. Assaporavo ogni attimo, le essenze forti e profumate che precedevano l’esecuzione e che possedevano l’incedere nobile della sacralità: le dita che cominciavano a snodarsi sui tasti d’avorio ed ebano e che in pochi attimi modellavano sulla mia percezione suoni vividi come il ritratto dei voli intensi di corvo ed altri più eterei e delicati di farfalla. Tutto ebbe inizio qua, tra il canto delle cicale e dei grilli e le armonie di una spinetta dispensatrice di sogni e, nel mio caso, dispensatrice anche di certezze su ciò che avrei desiderato fare da grande. La campagna parmense e la musica, un presagio, un intreccio, un epilogo: dopo tante vicende e le molte fatiche l’oasi di Sant’Agata mi accoglierà nella serenità dei campi, tra la terra che non mente, con i vecchi cuori fedeli e i cari morti sotto le sue zolle.

Carlo Da Prato

(Fine parte I, segue..)

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