domenica, 28 Novembre, 2021

Vertice UE-Balcani. Accelerare l’integrazione democratica

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Il vertice tra UE-Balcani occidentali conclusosi il 6 ottobre in Slovenia rinnova l’impegno tra le parti a rimuovere i blocchi all’adesione dall’Unione Europea dei Paesi balcanici candidati. Si tratta nello specifico dell’Albania e di cinque dei Paesi membri dell’ex modello federale jugoslavo: Bosnia ed Erzegovina, Macedonia del Nord, Kosovo, Serbia e Montenegro. Le conclusioni più rilevanti vertono sulla necessità di attuare e implementare il piano di rinascita economica e di investimenti per il Sud Est-Europa, proposto già nel 2020, teso allo sviluppo dei Balcani nel loro insieme come area strategica europea connettiva con i mercati globali.
A quasi un ventennio dal vertice di Salonicco, che ha dato avvio concretamente al processo di integrazione dei Paesi dei Balcani nell’infrastruttura comune europea, l’Unione ha ribadito questo impegno con i restanti Paesi balcanici nel castello slavo di Brdo. Tuttavia l’allargamento resta condizionato alla capacità dell’UE di mantenere e implementare un proprio trend di sviluppo. Un netto passo avanti rispetto al vertice del maggio 2018, quando i rapporti con le repubbliche balcaniche si era raffreddato a causa di un ritorno all’idea stagnante idea di un’Europa fortezza con un irrigidimento sul vecchio dibattito sull’analisi dei parametri prima di ogni ampliamento ribadito da alcuni paesi a guida libdem tra cui la Francia. Invece dai lavori congiunti di Brdo emerge che il processo di integrazione e quello di convergenza in parametri condivisi potranno procedere in parallelo.
“Stabilità e sviluppo” è quanto emerge dalla nota del Progressive Post della FEPS, fondazione vicina al PSE, che rilancia quanto ribadito da Sebastien Gricort, responsabile per le questioni balcaniche presso la Fondazione Jean Jaurès, ovvero che la tendenza a legare le due volontà rimane forte. “Dobbiamo quindi essere consapevoli del danno causato alla credibilità europea dall’incapacità di Bruxelles di produrre le necessarie trasformazioni in una regione alla quale era stata promessa l’integrazione europea. Nel suo approccio alla stabilizzazione postbellica, combinato con riforme economiche, l’UE ha una parte importante della responsabilità nello sviluppo di quella che si potrebbe definire una democrazia della stabilità”.
In realtà il discorso è estendibile a tutta Europa, dove governi a tendenze nazionaliste o liberaldem alla guida di alcuni stati membri colgono le opportunità offerte dalla negligenza europea nei confronti della qualità dello stato di diritto e della solidarietà tra i Paesi membri. È il casoiIn particolare il governo polacco, guidato da un partito nazionalista-cristiano e antisocialista membro dell’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei.
Un concetto ribadito anche dal presidente della commissione politiche UE al Senato, Dario Stàfano, con una dichiarazione del 14 ottobre: “l’Unione europea non è solo un mercato interno, ma anche una realtà basata sui diritti fondamentali, la democrazia e lo Stato di diritto. Esistono dei meccanismi sanzionatori, come quelli previsti dall’art.7 del Trattato o dalle procedure di infrazione e anche dei meccanismi cooperativi di dialogo preventivo, come quello della Rule of Law. Resta il fatto che il primato del diritto dell’Unione europea è uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione comune. E io ritengo che quando uno Stato membro assuma posizioni che mettano a rischio questo principio sia importante che la Commissione europea intervenga per riaffermarlo. Utilizzando tutti i mezzi che l’ordinamento giuridico le consente, comprese le procedure di infrazione”. Il senatore Stefàno dunque ritiene opportuno che vi sia un analogo provvedimento nei confronti degli Stati che mettono a rischio le proprie decisioni, il principio della primazia del diritto europeo esprimendo un pieno appoggio alle parole della vicepresidentessa della Commissione europea Vera Jourova nell’incontro con la Presidentessa del Senato Maria Elisabetta Alberti.
La Vicepresidentessa Jurova, membro del Partito Socialdemocratico della Repubblica Ceca, già commissaria europea, al XXV Forum2000 ha ribadito infatti che “se dopo la decisione della Corte costituzionale polacca non manteniamo il principio che le stesse regole devono essere rispettate nello stesso modo ovunque nell’Unione, l’intera Europa rischia di crollare”.
Tornando all’area prettamente balcanica dietro le difficoltà di inserire la parola ‘allargamento’ nella dichiarazione congiunta di Brdo, nonostante gli Stati membri abbiano convenuto all’unanimità di riconoscere l’importanza dei Balcani, sembra si celino le difficoltà strutturali nel rafforzare la coesione dell’Unione. Di conseguenza, ai Balcani vengono offerte diverse prospettive dell’Unione. Eppure, come ha ricordato la cancelliera tedesca Angela Merkel nel suo iter di saluto ai partner europei, l’area è diventata di “assoluto interesse strategico”.
In considerazione di ciò, il piano economico e di investimenti costituisce un’opportunità per ricongiungere i Balcani all’Unione, a condizione che il rispetto dello Stato di diritto e della democrazia sia sincero da entrambe le parti in un vincolo di solidarietà comunitaria. A questo proposito e a sostegno di questo piano, la terza tranche dello strumento di preadesione, abbinata alla nuova metodologia di attuazione e monitoraggio delle riforme, sviluppa nuove opportunità, realistiche solo se sussiste realmente volontà politica tra le parti.
Su proposta slovena, il vertice ha difeso la data del 2030 per l’adesione dei sei paesi. Se si dovesse mantenere la data del 2030, si lavorerà per congiungere. Gli Stati balcanici ai comuni impegni per il clima, per lo sviluppo sostenibile e la tutela delle minoranze etniche e linguistiche, sfruttando in modo specifico il potenziale del piano europeo di resilienza. Questo offre una leva mobilitante e motivante più forte rispetto al solo processo di adesione. Tuttavia la speranza di integrazione per i paesi Balcanici potrebbe essere disattesa e spetterà all’Unione dimostrare che la porta resta aperta. Non si tratta di farlo solo attraverso un dialogo politico regolare o azioni di sicurezza coordinate, come afferma la dichiarazione di Brdo. Appare infatti necessario che, in assenza di una data fissa per la piena integrazione, si renda possibile l’adesione progressiva a programmi e fondi europei. Ci sono molte idee nella società civile balcanica e nei partiti socialdemocratici e socialisti dei Paesi balcanici che sarebbe bene portarle nei dibattiti della Conferenza sul futuro dell’Europa. In particolare la futura presidenza francese dell’Ue, caratterizzata da un particolare multipolarismo in Est Europa, suscita molte aspettative, dopo che la stessa Francia aveva provocato delusioni nel 2018 rispetto a posizioni italiane senz’altro più concilianti in virtù dei rapporti di prossimità e reciproca integrazione territoriale nell’Euroregione Adriatico-Ionica che vede dialogare i Paesi Balcanici e le regioni Ionico-adriatiche italiane tra le quali Puglia, Abruzzo, Veneto ed Emilia Romagna su integrazione, infrastrutturale, turistica, marittima, commerciale e politiche di sviluppo.

 

Benedetto Ligorio
(Sapienza Università di Roma)

 

Bibliografia consigliata su Balcani ed Europa:
A. Di Vittorio, Dall’espansione allo sviluppo. Una storia economica d’Europa, Torino Giappichelli 2011.
E. Ivetić, I Balcani dopo i Balcani. Eredità e identità, Salerno, Roma 2015.
T. Lundén, Sweden – Serbia and Europe, Periphery or Not?, Stoccolma, Vitterhets Historie och Antikvitets Akademien, 2014
R. Petrović, Il fallito modello federale della ex Jugoslavia, Reggio Calabria, Rubettino, 2005.
M. Uvalić, Serbia’s Transition towards a Better Future, Londra, Palgrave Macmilan, 2010.

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