domenica, 28 Novembre, 2021

Voci dal mondo, le notizie lette sulla stampa estera

0
1. MERKEL

I viaggi europei della Merkel sono, formalmente, un commiato. Ma si tratta di un commiato drammatico; perché accompagnato dalla consapevolezza dolorosa di una sconfitta, non solo elettorale, ma politica.

Sconfitta, in primo luogo, come leader di un partito di centro rivale della sinistra ma attento alle sue istanze. Perché la Cdu/Csu, come i conservatori inglesi, i popolari austriaci, i gollisti/giscardiani francesi, i popolari spagnoli e ancora e ancora, sono diventati, con successo, i rivali della destra populista ma al costo di corrergli appresso, spostandosi essi stessi a destra.
Sconfitta come centro naturale di mediazione in un mondo in cui non si riesce più a mediare e che viene sospinto verso sempre nuovi conflitti. E sconfitta, infine, come punto di riferimento degli Stati Uniti in un’ Europa, sempre più privata di un qualsiasi ruolo internazionale. Un dramma di cui, per inciso, non troverete la minima traccia sui media italiani.

 

MERKEL E DRAGHI

La nostra stampa ha interpretato, correttamente, l’incontro tra la Merkel e Draghi come un omaggio al ruolo svolto dal nostro presidente del consiglio a livello europeo; magari sino al punto di considerarlo un suo erede. L’unico giornale ad “andare oltre” è stato Domani, sottolinendo il fatto che nell’incontro di Roma, la Cancelliera era andata oltre al semplice apprezzamento. Per tracciare un quadro estremamente pessimistico della situazione mondiale e, in particolare di un’America incapace di liberarsi dall’eredità di Trump. Ma qui la partita è del tutto aperta.

 

IL CASO BURNS

Vedere l’ambasciatore designato da Biden per la sede di Pechino definire la Cina come il “nemico numero uno degli Stati Uniti” e, per non farsi mancare nulla, “aggressivo e prepotente”è, a dir poco, inusuale.
Perché lo ha fatto ? Qui ci sono due ipotesi. La prima, avallata dalla reazione tutto sommato moderata delle autorità cinesi, è che si tratti di un pedaggio puramente formale, pagato ad un Senato altrimenti orientato a bocciare preventivamente la nomina di tutti i nuovi ambasciatori proposti da Biden. Diciamo una sceneggiata, magari un po’ fuori misura; una incontinenza verbale propria dello stesso presidente del tipo “ sei un assassino, sei un dittatore però”…
C’è però una seconda interpretazione, questa un tantino più preoccupante. Che considera la sparata dell’ambasciatore come l’ennesimo episodio di uno scontro tra una presidenza che ha dichiarato di voler evitare ad ogni costo un ritorno alla guerra fredda e uno “stato profondo”, rappresentato dal complesso militare/industriale evocato da Eisenhower più di sessant’anni che gli rema palesemente contro. Scontro, cui corrisponde, sul piano interno, la pressione delle lobbies, del carbone, del “Big pharma”, volta a ridimensionare, quantitativamente ma soprattutto qualitativamente, il grande programma di intervento pubblico predisposto dall’Amministrazione. A favore di questa seconda interpretazione molti episodi.

Nell’un caso come nell’altro, nulla indica che l’America profonda abbia vinto. Avrebbe vinto se avesse cambiato il corso e gli indirizzi del potere politico. E così non è. Perché viviamo uno scontro durissimo e destinato a risolversi nei prossimi mesi.

 

INTERESSI E SENTIMENTI

Un corrispondente del New York Times arriva in una città turca ai confini della Siria. Centomila abitanti prima dell’arrivo dei profughi siriani. Duecentomila oggi. Dalle stalle e alle stelle. Una città povera e sonnolenta rinata a nuova vita e in tutti i sensi. Scontri a sfondo razziale ( tra turchi e arabi non c’è mai stato buon sangue) vicini allo zero.
In questo stesso momento l’Europa erige muri e fili spinati- mille chilometri, non so se mi spiego- senza che le istituzioni europee facciano una piega. Nemmeno quando le autorità polacche scoprono che le decine di migliaia di persone morte di freddo o di fame alle loro frontiere comprendono una quantità altissima di terroristi, depravati e infetti. E nemmeno quando il ministro degli interni francese, Darmanin, elogia la “via greca ai respingimenti” o quando il governo inglese garantisce lo scudo legale a chi li compie.

Unica eccezione a questo scenario disgustoso, la Germania. Lei, vivaddio, gli immigrati li ha sempre presi perché le servivano. Per interesse. Noialtri, invece, gli abbiamo aperto le braccia in nome dei buoni sentimenti; salvo a prenderli a pedate, una volta esaurita la scorta.

 

BRASILE

Il presidente brasiliano, Bolsonaro è a rischio di processo per genocidio da parte della giustizia del suo paese. Mentre fioriscono, come in altri paesi dell’America latina le organizzazioni paramilitari naziste.

AAA Sanzioni europee in arrivo ( ? )

 

IN MEMORIAM

In discussione alle Cortes di Madrid una legge che in politichese potremmo definire di “pacificazione nazionale”. Una legge che pone a carico dello stato l’apertura delle fosse comuni dove sono sepolti i morti repubblicani, la loro identificazione, la cassazione delle sentenze pronunciate a loro carico dai tribunali franchisti , la riapertura degli archivi, la possibilità di parlare della guerra civile nelle scuole.
Per molti, a sinistra, un contentino; non un risarcimento.
Per Vox, un atto di vendetta postuma da parte dei socialisti, allora primi responsabili dello scoppio della guerra civile. Per i popolari, una legge “divisiva”.

Anche la guerra civile lo era. E non c’è altro commento da fare.

 

AFGHANISTAN 2019

Afghanistan 2019, certamente. Una guerra che non va da nessuna parte. Un esercito governativo la cui consistenza reale sarà sì e no il 20% di quella esistente sulla carta. Attentato sanguinosissimi in piena capitale; l’ultimo a poche decine di metri dalla sede del governo. Un governo profondamente corrotto, il cui controllo sul territorio tende irresistibilmente a diminuire. Elezioni sempre più a rischio di contestazione, al punto di essere continuamente rinviate. Un intervento militare internazionale, inizialmente massiccio- sino al punto di abbattere l’allora governo islamico eliminando, almeno inizialmente, la sua presenza nell’intero paese- e poi via più contenuto, anche per la necessità politica di azzerare le perdite americane. Il consolidamento della presa delle milizie islamiche sul territorio sulla triplice base di una giustizia civile rapida, equa e imparziale, della sicurezza e di un’interpretazione radicale della sharia. E, per effetto di tutto questo, la spinta a chiudere al più presto la partita.

E’ la fotografia dell’Afghanistan verso la fine del 2019. Ma è anche quella della Somalia di fine 2021. E, temo, sarà anche quella di un qualche paese del Sahel; magari con i francesi al posto degli americani, verso la fine del 2022.

 

ISRAELE/PALESTINA

Sul “Figaro” di due settimane fa, i dati di un sondaggio tra i palestinesi della Cisgiordania. Molto problematico, e quindi soggetto a mutamento, quello sulle vie da seguire in futuro ( per ora ci si divide a metà tra i fautori della lotta armata e quelli di percorsi pacifici; ma siamo all’indomani della guerra di Gaza e delle violenze a Gerusalemme est).
Netto, invece, e definitivo l’orientamento sul cavallo di battaglia dell’Autorità nazionale palestinese e di al Fatah ( così come della collettività internazionale), riassumibile nella formula “due popoli due stati”. Ai due terzi degli intervistati la cosa non interessa; mentre il 75% la ritiene irrealizzabile almeno nel futuro prevedibile. E, a coronare il tutto, l’80% si dichiara apertamente ostile al governo di abu Mazen e allo stesso al Fatah, da cui non si sente minimamente rappresentata.

Un successo per il governo israeliano ? Formalmente e tatticamente sì. Nel senso che gli consente di accantonare apertamente una richiesta in precedenza elusa e con ragioni del tutto speciose.
Sostanzialmente e in prospettiva un problema, questa volta non eludibile. Perché non è più sostenibile, da nessuno e da nessun punto di vista, una situazione in cui ad avvantaggiarsi, in tutti in sensi, dello status quo sono gli israeliani e a pagarne ogni possibile prezzo è il popolo palestinese.
Non a caso, allora il nuovo asse Biden/Bennett si è formato su questo principio di fondo: niente per la Palestina; quanto possibile per i palestinesi ( compresi quelli di Israele e di Gaza).
Un disegno, attenzione, che nessuno tra gli interessati contesta in linea di principio; mentre rimane uno scetticismo diffuso sul “quanto”.
Un tema su cui la collettività internazionale farebbe bene a dedicare la massima attenzione.

 

C’E’ UN GIUDICE A BERLINO

Nel commentare la sentenza sul caso Eitan, i nonni israeliani hanno parlato di “sentenza politica”. E’ il classico caso del bue che dà del cornuto all’asino. Perché, a “buttarla in politica” sono stati proprio loro. E fin dal principio. Mentre la controparte, che fossero i parenti italiani o i loro avvocati e, in questo caso tutto a suo merito, la stampa del nostro paese si sono ben guardati dal fare. Fiduciosi, come erano, e a giusta ragione, che, a partire dalla Convenzione internazionale in materia, il verdetto non potesse che essere a loro favore.

“Buttarla in politica”, nel caso specifico, significava due cose. La prima, prendersela gratuitamente con un paese colpevole di avere “ucciso i nostri cari” e poi con la zia paterna che aveva tenuto prigioniero un bambino magari facendogli il “lavaggio del cervello”.
La seconda, riproponendo formalmente un pregiudizio di fondo che è da sempre il credo della destra nazionalista e religiosa israeliana. Leggi la convinzione, fatta espressamente propria dai Begin ai Netanyahu, che un ebreo, dovunque esso sia e qualunque sia la sua condizione, può realizzarsi pienamente e vivere tranquillo solo se torna nella terra dei suoi padri. Un giudizio e una convinzione che rappresentano anche un richiamo e un potenziale elemento di disvalore per gli ebrei della diaspora.
In punto di diritto, un argomento debolissimo. Ma, politicamente ed emotivamente di forte presa.
Un argomento che però non ha influenzato minimamente il verdetto. A testimonianza dell’indipendenza del sistema giudiziario, al centro di qualsiasi stato di diritto. E, anche, perché no del rasserenamento del clima politico in atto in Israele.
Il resto, faide familiari feroci, alimentate anche da ragioni di interesse, fa parte di un altro film.

 

PRESTITI E SOTTOMARINI

Secondo recenti calcoli, la Cina avrebbe prestato ai paesi poveri del terzo mondo 182 miliardi di dollari; più di quanto abbiano fatto, messi insieme, i paesi più sviluppati.
Si sviluppano anche i suoi rapporti con i paesi del Medio oriente sul duplice binario della vendita di armi e dell’acquisto di petrolio. Quale dovrebbe essere la reazione dell’Occidente ?

Primo, aumentare il volume dei suoi aiuti ai paesi poveri del terzo mondo. Magari senza ricorrere alla forma del prestito.
Secondo, porre e imporre una moratoria alla vendita di armi ai paesi del Medio oriente. Magari nel quadro di accordi per quanto riguarda il controllo degli armamenti.
Terzo, mettere in atto da subito, nell’ambito della costruzione concreta di un accordo sul clima, strategie che riducano la necessità di ricorso alle energie fossili.
Mi direte che si tratta di impegni molto difficili da mettere in atto.
Mentre vendere sottomarini nucleari all’Australia è “ Facile.it”.
Ma non è una risposta.

 

CORRUZIONE: LA PAROLA E LA COSA

Lungo tutto il ventesimo secolo, la parola “corruzione” apparteneva alla destra: era il moralismo dei ceti medi, antipolitico e antistatale; mentre ai poveri interessava molto di più ottenere delle cose che discettare sui metodi con i quali erano state ottenute.

Oggi, la parola è usata da tutti i governati del mondo. Come definire altrimenti un potere invisibile e incontrollabile , dominato com’è dall’individualismo e dal dio danaro ?

 

NO VAX

Più di mille morti al giorno in Russia. Livello di vaccinazione basso. Circa 500 in Romania e Bulgaria; vaccinato poco più di un terzo. A questo punto, due strade percorribili. Un lockdown prolungato; o l’attesa dell’immunità di gregge Per arrivare ad un livello decente che, ritorno generale del locdown.

Proclamarsi liberi, meglio ancora se in pochi, è bello. Ma ancora più cool farlo a spese degli altri….

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply