venerdì, 14 Maggio, 2021

Yemen tra guerre e carestie. Una generazione a rischio

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Nello Yemen, violenze e carestia rischiano di cancellare un’intera generazione che non potrà essere aiutata poiché le donazioni da parte della comunità internazionale sono diminuite drasticamente. Ad oggi metà della popolazione, ovvero 16 milioni di persone, patisce la fame e 400 mila bambini di età inferiore a 5 anni rischiano di morire per malnutrizione.
A lanciare l’allarme sul deteriorarsi della vita quotidiana e della situazione sanitaria nel Paese mediorientale sono agenzie Onu e Ong, dopo il fallimento della conferenza dei Paesi donatori, svoltasi virtualmente, che si è conclusa con la raccolta di solo il 43% dei fondi necessari per le esigenze umanitarie per il 2021, da cui dipende la sopravvivenza di 20 milioni di yemeniti.
Nel corso dell’incontro tenutosi in videoconferenza il primo marzo, ospitato congiuntamente da Svizzera e Svezia, l’Onu sperava di raccogliere almeno 3,85 miliardi di dollari di aiuti da destinare alla popolazione yemenita, sempre più a rischio carestia. Tuttavia, l’incontro non ha portato al risultato sperato, in quanto sono stati offerti soltanto 1,7 miliardi di dollari, ovvero meno della metà della somma auspicata.
Alla luce di un risultato definito “deludente”, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha messo in luce che tagliare gli aiuti per lo Yemen equivalga a una condanna a morte, considerato che milioni di bambini, uomini e donne necessitano “disperatamente” di aiuti per sopravvivere.
Alla videoconferenza hanno preso parte più di cento governi e donatori. Tra i Paesi che hanno promesso aiuti, ci sono gli Stati Uniti, i quali hanno riferito che destineranno 191 milioni alla popolazione yemenita, e l’Arabia Saudita, che, invece, si è detta disposta a stanziare una somma pari a 430 milioni di dollari. Anche la Germania ha promesso aiuti da 241 milioni di dollari, in aumento rispetto ai 138 dell’anno precedente. Tuttavia, si tratta, in generale, di somme in calo rispetto a quanto stanziato negli anni del conflitto, scoppiato a seguito del colpo di Stato di Houthi del 21 settembre 2014. Secondo le Nazioni Unite, già nel 2020 i finanziamenti umanitari destinati allo Yemen erano diminuiti della metà rispetto a quanto necessario e rispetto a quanto ricevuto l’anno prima.
La contrazione dei bilanci umanitari dello scorso anno ha già provocato la chiusura di molti programmi, inclusi quelli relativi ai servizi sanitari e alla distribuzione di risorse alimentari, accumulando difficoltà in un Paese dove circa due terzi della popolazione fa affidamento su qualche forma di aiuto per sopravvivere. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, nel 2021 oltre 16 milioni di yemeniti, circa la metà della popolazione, sono a rischio carestia, mentre quasi 50.000 stanno già affrontando condizioni simili alla fame. Parallelamente, l’organizzazione internazionale ha riferito che 400.000 bambini yemeniti di età inferiore ai cinque anni potrebbero morire di malnutrizione acuta.
In tale quadro, più di 16.000 yemeniti stanno vivendo in condizioni di fame e che il numero potrebbe toccare quota 47.000 tra gennaio e giugno 2021. Parallelamente, il numero di persone che soffrono di malnutrizione, il secondo livello più alto di insicurezza alimentare, aumenterà da 3,6 milioni a 5 milioni nella prima metà del 2021. Dati che sono stati già comunicati il 3 dicembre 2020, in una dichiarazione congiunta fatta dal World Food Programme (WFP), l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ed il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF).
David Beasley, il direttore esecutivo del WFP, ha spiegato: “Il 2021 potrà essere addirittura peggiore per le persone più vulnerabili. Tali cifre dovrebbero rappresentare un campanello d’allarme per il mondo intero, il quale non dovrebbe voltare le spalle a famiglie bisognose”.
In un quadro tuttora caratterizzato da perduranti violenze e tensioni, Guterres, ribadendo il sostegno dell’Onu alla popolazione yemenita, ha poi affermato che l’unico modo per alleviare le sofferenze del popolo yemenita è garantire un cessate il fuoco a livello nazionale e una soluzione politica del conflitto.
Anche Jan Egeland, segretario generale del Consiglio norvegese per i rifugiati, si è detto “profondamente deluso” dall’esito della conferenza del primo marzo, affermando: “La carenza di aiuti umanitari sarà misurata in vite perse. Lo Yemen ha bisogno di tre cose per evitare una catastrofe: più soldi da utilizzare oggi, un cessate il fuoco per prevenire la carestia, e pieno accesso alle persone bisognose”.
Nel corso della videoconferenza del primo marzo, gli USA, attraverso il segretario di Stato, Anthony Blinken, hanno esortato le milizie di ribelli sciiti Houthi a porre fine ai loro attacchi “transfrontalieri”, con particolare riferimento alle minacce poste al Regno saudita. Nonostante ciò, a poche ore di distanza dalle dichiarazioni di Washington, la Difesa civile saudita ha affermato che un “proiettile militare”, lanciato da combattenti Houthi dall’interno dei territori yemeniti, è precipitato nella regione saudita di Jizan, ferendo cinque civili, tre cittadini sauditi e due residenti dello Yemen. Inoltre, due abitazioni, un negozio di alimentari e tre veicoli civili sono stati danneggiati. Ciò giunge dopo che, il 28 febbraio, gli Houthi hanno riferito di aver lanciato, nelle ore precedenti, un missile balistico, di tipo Zolfaghar, e 15 droni contro “siti sensibili” situati nella “capitale del nemico”, Riad, mentre altri sei droni carichi di esplosivi, e altri 9 velivoli di tipo Qasef 2k, hanno preso di mira postazioni militari nelle regioni di Abha e Khamis Mushait, nel Sud del Regno.
La situazione è sempre più drammatica. Ad esempio nella provincia di Shabwa, l’ospedale di Abs, che fornisce assistenza a comunità in remoti villaggi, ha registrato un aumento dei casi di malnutrizione del 41% rispetto ad un anno fa.
I bambini che sopravvivono alla carestia sono esposti a devastanti epidemie di colera e dengue, oltre ai bombardamenti aerei della coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi che colpiscono scuole, ospedale e matrimoni.
Bambini di soli 11 anni vengono reclutati per combattere da una parte o dall’altra, mentre nelle aree rurali le bambine si sposano anche prima di aver compiuto 14 anni. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden ha affermato che porre fine alla guerra nello Yemen è una priorità per la sua amministrazione, ma è improbabile che la rinnovata spinta diplomatica rallenti l’intensità dei combattimenti registrati dall’inizio dell’anno nella provincia centrale di Marib.
I ribelli filoiraniani Huthi sarebbero sempre più vicini alla vittoria in una zona ricca di petrolio. In questo caso, le forze fedeli al governo yemenita verrebbero estromesse dalla loro ultima roccaforte settentrionale e complicherebbe notevolmente gli sforzi per riportare le parti al tavolo dei negoziati.
Il Regno Unito, che è intimamente coinvolto nel conflitto dello Yemen come principale fornitore e sostenitore della coalizione guidata dai sauditi e dagli Emirati che combatte contro gli Huthi, è stato oggetto di critiche particolari da parte delle agenzie umanitarie e di figure politiche per aver tagliato gli aiuti mentre continua la sua vendita di armi.
Londra si è impegnata a versare 87 milioni di sterline (circa 100,6 milioni di euro), il 54% della donazione dello scorso anno (160 milioni di sterline) e solo il 40% del finanziamento totale fornito dal Regno Unito nel 2020.
Oxfam chiede all’Italia di aumentare gli stanziamenti per l’emergenza umanitaria in Yemen. L’Italia risulta il 19esimo Paese donatore, con soli 5 milioni di euro che saranno stanziati nel 2021, meno di tutti gli altri Paesi del G7 come ha evidenziato Oxfam in una nota.
Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia, ha detto: “Il governo italiano conferma l’impegno dell’anno scorso, non tenendo conto della richiesta del Parlamento di fare di più. Una cifra davvero bassa se comparata a quanto stanziato dagli altri paesi del G7: oltre 200 milioni di euro dalla Germania, 159 dagli Stati Uniti, 102 dalla Gran Bretagna, 46 dal Canada, 40 dal Giappone, 11 dalla Francia. L’Italia si pone dopo tutti i Paesi scandinavi, a pari merito con Belgio e Irlanda. La vice ministra degli esteri Marina Sereni si è appena insediata, ma ci rivolgiamo direttamente a lei per una verifica della disponibilità di maggiori fondi, come richiesto dal Parlamento lo scorso dicembre. Allo stesso tempo le chiediamo di guidare un cambiamento serio e strutturato per porre lo Yemen al centro dell’agenda della politica estera italiana”.
Ricordando la delusione dell’Onu, Pezzati ha concluso: “Gli 1,4 miliardi di euro impegnati ieri costituiscono solo il 43,75% dei 3,21 miliardi di euro richiesti per aiutare i due terzi della popolazione dello Yemen, che in questo momento sono allo stremo. Un intero popolo sta rimanendo senza cibo, medicine, acqua pulita e che con solo la metà delle strutture sanitarie in funzione sta affrontando la combinazione micidiale dell’impatto del Covid 19 della più grave epidemia di colera di sempre e della guerra che ha già costretto 4 milioni di persone ad abbandonare le proprie case”.
Finora, la guerra in Yemen e la crisi umanitaria che ne è derivata hanno determinato nel Paese una situazione drammatica con oltre 18.557 vittime civili tra marzo 2015 e novembre 2020. Quasi sei anni di conflitto hanno costretto più di 4,3 milioni di persone, tra cui più di 2 milioni di bambini, a lasciare le loro case, e si stima che l’80% della popolazione, circa 24,3 milioni di persone, abbia bisogno di assistenza umanitaria.

Il conflitto in Yemen ha le sue radici nella primavera araba del 2011, quando una rivolta ha costretto il presidente di lunga data, Ali Abdullah Saleh, a cedere il potere al suo vice, Abdrabbuh Mansour Hadi.
La transizione politica avrebbe dovuto portare stabilità nel Paese, che è inoltre uno dei più poveri in tutto il Medio Oriente, ma così non è stato. Da allora la situazione in Yemen è precipitata. Il presidente Hadi ha dovuto affrontare vari attacchi da parte delle forze militari fedeli a Saleh, una crescente insicurezza alimentare e una crisi economica dilagante.
I combattimenti in Yemen sono iniziati nel 2014 quando il movimento ribelle musulmano sciita Houthi ha preso il controllo della provincia settentrionale di Saada e delle aree limitrofe. Gli Houthi hanno continuato ad attaccare arrivando a prendere la capitale Sanaa, costringendo Hadi all’esilio all’estero. Il conflitto si è intensificato drammaticamente nel marzo 2015, quando l’Arabia Saudita e altri otto stati, per lo più arabi sunniti, sostenuti dalla comunità internazionale, hanno lanciato attacchi aerei contro gli Houthi, con l’obiettivo dichiarato di ripristinare il governo di Hadi.
L’Arabia Saudita ha giustificato il proprio intervento in Yemen affermando che l’Iran sostiene gli Houthi con armi e supporto logistico, un’accusa che l’Iran nega. Il conflitto è entrato così a far parte di una serie di tensioni regionali e culturali nel Medio Oriente tra sciiti e sunniti.
Ovviamente, da quando sono scoppiate le violenze, le condizioni della popolazione nello Yemen sono rapidamente peggiorate, portando il Paese sull’orlo della carestia e del collasso economico. La carenza di cibo, acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria, nonché la diffusione di massicce epidemie di colera, malaria, dengue e difterite, hanno gravato sulle condizioni di vita dei civili e privato le famiglie dei bisogni primari.
Inoltre, a gennaio 2021, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha segnalato 2.123 casi confermati di COVID-19 nello Yemen e 616 decessi, con un tasso di mortalità del 29%. È stato osservato un notevole calo del numero di casi segnalati, ma gli indicatori suggeriscono che il virus stia continuando a diffondersi. È probabile che i casi segnalati siano sottostimati a causa della limitata capacità di test e difficoltà di accesso ai servizi di cura nonché alla paura di rimanere vittima di uno dei numerosi attacchi militari alle strutture sanitarie.

Salvatore Rondello

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