giovedì, 21 Ottobre, 2021

Zavoli, l’uomo che riusciva a interpretare i sogni di Fellini

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Sergio Zavoli era un vecchio socialista umanitario: con il cuore prima che con la testa. E infatti siamo stati amici per decenni.
Era un grande lavoratore, concreto e professionale, ma con imprevedibili tratti di poesia e fantasia. Mi vengono alla mente due flash.
Come si sa, era per Federico Fellini come un fratello. Li legava la fanciullezza nella loro Rimini immortalata da Amarcord. Oggi molti scrivono delle loro telefonate mattutine. Ma anni fa (e mi impressionò) Zavoli mi raccontò un giorno soprattutto dei sogni. Fellini sognava moltissimo (e non c’è da stupirsi se si pensa alle scene oniriche dei suoi film). Al mattino presto, poiché lo considerava un saggio e affidato interprete, gli raccontava l’ultimo sogno nei minimi particolari. Non gli dava tregua sino a che il povero Sergio forniva una spiegazione convincente e condivisa.
Un altro flash si riferisce a un episodio del quale a Zavoli non ho mai parlato, perchè per me imbarazzante. Non so in quale mattina d’estate, c’era urgenza di designare il presidente della Biennale di Venezia. Craxi, che conosceva i miei rapporti con Zavoli, mi chiese di telefonargli e proporgli l’incarico. A quei tempi, non si usavano i cellulari. Telefonai a casa e la moglie mi rispose. “No, è impossibile raggiungere Sergio: è andato in Toscana nei roseti, a scegliere i fiori da piantare“. Non le precisai l’argomento, la candidatura fu poi lestamente sostituita da altre. E non dissi più niente a Zavoli.

Sergio era l’esempio di come grandi intellettuali e giornalisti non debbano necessariamente chiudersi nelle specializzazioni. Resterà sempre famoso per le sue mitiche cronache sul ciclismo e il giro d’Italia, che entusiasmavano i papà e facevano piangere me, da bambino, quando il mio campione perdeva. Ma resterà famoso anche per le trasmissioni sulla “Notte della Repubblica“, nelle quali ricostruì gli anni del terrorismo con efficacia ed equilibrio mai più superato (trasmissioni riproposte ancora nelle ultime settimane da Rai 3).
A proposito di Rai, al di là degli aspetti personali, la storia di Zavoli la dice lunga su quanto la retorica “ antipartitocratica“ abbia deformato l’immagine della prima Repubblica. Sì. I partiti interpretavano le diverse tendenze della società italiana che pertanto-tutte-venivano rappresentate ai vertici della Rai. A parte le degenerazioni e forzature, questa era la logica della “lottizzazione“, oggi diventata lotta di potere fine a se stessa. I partiti avevano giornali con collaboratori di livello culturale e professionale altissimo: tutti, dall’estrema destra sino all’estrema sinistra. E infatti quando dirigevo l’Avanti! telefonavo a Zavoli e in due ore mi mandava l’articolo. Quando i socialisti ebbero la possibilità di designarlo, portarono alla presidenza della Rai prima Paolo Grassi e poi-appunto-Sergio Zavoli. Grassi era il più grande uomo di teatro forse del mondo. Uno che parlava da pari a pari con Bertold Brecht e Laurence Olivier. Uno che il ministro della cultura francese Jack Lang definiva pubblicamente il suo maestro. Di Sergio Zavoli, che gli succedette, leggeremo ampiamente sui giornali di oggi. Quando lui era presidente della Rai, io ero il responsabile per l’informazione del partito socialista e tenevo pertanto i rapporti con giornali e televisione. Qualcuno pensa che volessi o potessi dargli ordini?
Se ancora oggi si dice che la Rai è “la più grande azienda culturale del Paese“ (e una delle più grandi d’Europa) lo si dice perché ancora si campa-temo immeritatamente-sul prestigio costruito da personalità come Paolo Grassi e Sergio Zavoli (non per caso, grandi amici tra loro).

Ugo Intini

 

 

 

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